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Notizia del 12/03/2010 - 19:36


Imola - Col camice bianco in Afghanistan


Quattro mesi nel Paese in guerra: il dottor Giorgio Monti racconta la sua esperienza. Il medico: "C'č poca attenzione alla salute delle donne"

FONTANELICE - L’Africa non è bastata al medico 44enne di Fontanelice, Giorgio Monti: lo scorso settembre, il volontario di Emergency, è volato in Afghanistan e vi è rimasto per quattro mesi, fino a gennaio. Racconterà la sua esperienza questa sera a Palazzo Mengoni: ma nel frattempo ha anticipato al quotidiano La Voce di Romagna qualche particolare della sua nuova avventura, in una Paese profondamente diverso dal punto di vista culturale e che continua ancora a subire gli orrori della guerra.

La sua destinazione è stata la valle del Panshir a nord-est di Kabul: qui sorge un enclave di 200mila abitanti, ormai libera dal governo dei talebani, e che vanta un ospedale all’avanguardia il cui progetto è stato realizzato 10 anni fa grazie a Emergency. Tutt’intorno nessun altro presidio o struttura sanitaria: Monti è stato il primo medico internista a lavorarvi. “La prima cosa che si percepisce - racconta - è che sei in un paese in guerra, anche se non la vedi fisicamente sai che non è lontana. Si fa una vita di clausura e devi essere sempre accompagnato da personale locale. Di notte si esce solo per le emergenze sanitarie. E’ un paese che faticherà a raggiungere condizioni di vita accettabili, almeno secondo il nostro punto di vista occidentale”.

L’incontro di stasera, promosso dall’amministrazione comunale, sarà anche l’occasione per parlare della condizione delle donne afghane alle quali l’ospedale di Emergency dedica un’attenzione particolare. “Qui abbiamo un reparto maternità di ginecologia e ostetricia - prosegue Monti - ma anche uno di terapia neonatale. Ci sono dai 200 ai 300 parti al mese ed è un presidio importante dato che la mortalità natale e materna è ancora molto alta”. “In questi paesi, a causa di fattori religiosi e culturali insieme - prosegue il medico - c’è una bassa attenzione per la salute delle donne. Non c’è la concezione del controllo delle nascite, le donne dipendono totalmente dal proprio uomo e finché non si sposano dal loro padre che sceglie il marito per la figlia. Senza che questo sia considerato sopruso. I medici uomini non possono effettuare visite ginecologiche e l’imprinting culturale dato dal capo religioso, il mullah, è molto forte. Il mullah è considerato anche uno sciamano e un guaritore”.

Ma il medico fontanese ha percepito qualcosa di più: perché qui le donne, anche se coperte dal burqa e succubi delle scelte degli uomini, sembrano vivere questa loro condizione con normalità. “E’ un fattore sociale - spiega -. Gli uomini per esempio sono padroni, ma solo della loro donna. Il solo sfiorare un braccio di un’altra donna equivale a una molestia e si fa in fretta a finire in galera. Non c’è la concezione di restare ‘single’ nel senso moderno del termine: gli uomini devono sposarsi e avere tanti figli, perché è questo che impone la loro cultura. Ciò che manca in questi paesi, e che per noi è impossibile da capire, è una vita vissuta in comune tra uomini e donne nella stessa società”.

Pur ammettendo l’esistenza di un forte retaggio culturale, Monti non dimentica le discriminazioni a cui sono andate incontro le donne sotto il governo talebano: private della possibilità di istruirsi, perfino di leggere libri, oggi hanno trovato in una scuola femminile realizzata dai volontari francesi, un modo per riscattarsi. “In questa scuola - conclude - le bambine entrano a 5 anni. Hanno la possibilità di frequentare varie classi, come alla scuola dell’obbligo. E oggi iniziano a uscire le prime ragazzine istruite dopo il periodo buio di governo talebano”. Il medico dà appuntamento ai suoi concittadini questa sera per divulgare la sua esperienza, nella certezza che non sarà l’ultima.

Brigida Miranda

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