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Giò Ponti e il Déco (gallery)

Fra i protagonisti della grande mostra al San Domenico, anche l’architetto che a Forlì progettò l’Hotel della Città

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04/febbraio/2017 - h. 16.08

"Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro
l’elemento più resistente. Il materiale più resistente è l’arte.” Fu lo stesso Giò Ponti a chiarire, con queste parole, il nesso con la sua massiccia attività di designer, sfociata nella creazione di pezzi che univano la passione per l’artigianato più raffinato al ruolo dell’industria, delle nuove tecnologie e della produzione seriale.
E una selezione di questi pezzi sarà esposta nella mostra “Art Déco. Gli anni
ruggenti in Italia”, che aprirà i battenti al San Domenico di Forlì il prossimo 11
febbraio, col compito di analizzare lo stile che ha caratterizzato la produzione
artistica nazionale ed europea negli anni Venti. Oltre a porre in primo piano la grande pittura e scultura, con richiami al cinema, alla moda, al teatro, alla letteratura e alla musica, l’esposizione propone la rilettura di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l’Italia e l’Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi del 1929, con un vasto rifermento alle arti decorative. 
Il fenomeno Déco attraversò con forza dirompente il decennio 1919-1929 con
arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, stucchi, bronzi, gioielli, argenti, abiti,
impersonando il vigore dell’alta produzione artigianale e industriale e contribuendo alla nascita del design e del made in Italy. “Art Déco” fu soprattutto uno stile di vita: eclettico, mondano, internazionale. Il successo di
questo momento del gusto si concretizzava nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli
ultimi miti ottocenteschi. Dieci anni sfrenati, “ruggenti” come si disse, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l’orizzonte cupo
dei totalitarismi. 
Fu in questo clima che la richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell’artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: le ceramiche di Giò Ponti, che dal 1923 al ’33 diresse la fabbrica fiorentina Richard-Ginori (che vinse a Parigi il Grand Prix alla Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes del 1925), costituirono autentici capolavori, come “La mano della fattucchiera” che appartiene proprio alla collezione Ginori e che
assieme al vaso “La casa degli Efebi” (realizzato nel nuovo colore da lui inventato, il blu-Ponti) o “La ciotola Emerenziana” evidenzia la profondità del linguaggio pontiano, che fonde suggestioni cromatiche a riflessioni sulla classicità e sul contemporaneo, dal movimento futurista all’Art Déco, appunto: i fondi blu cobalto sui quali si stagliano figurine d’oro incise a punta d’agata, o gli etruschi delle tombe di Tarquinia qui reincarnati in una decorazione in maiolica, sono il suo marchio.
Silvia Arfelli
"Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente è l’arte.” Fu lo stesso Giò Ponti a chiarire, con queste parole, il nesso con la sua massiccia attività di designer, sfociata nella creazione di pezzi che univano la passione per l’artigianato più raffinato al ruolo dell’industria, delle nuove tecnologie e della produzione seriale.

E una selezione di questi pezzi sarà esposta nella mostra “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia”, che aprirà i battenti al San Domenico di Forlì il prossimo 11 febbraio, col compito di analizzare lo stile che ha caratterizzato la produzioneartistica nazionale ed europea negli anni Venti. Oltre a porre in primo piano la grande pittura e scultura, con richiami al cinema, alla moda, al teatro, alla letteratura e alla musica, l’esposizione propone la rilettura di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l’Italia e l’Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi del 1929, con un vasto rifermento alle arti decorative. 

Il fenomeno Déco attraversò con forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, stucchi, bronzi, gioielli, argenti, abiti, impersonando il vigore dell’alta produzione artigianale e industriale e contribuendo alla nascita del design e del made in Italy. “Art Déco” fu soprattutto uno stile di vita: eclettico, mondano, internazionale. Il successo diquesto momento del gusto si concretizzava nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi. Dieci anni sfrenati, “ruggenti” come si disse, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l’orizzonte cupodei totalitarismi. 

Fu in questo clima che la richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell’artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: le ceramiche di Giò Ponti, che dal 1923 al ’33 diresse la fabbrica fiorentina Richard-Ginori (che vinse a Parigi il Grand Prix alla Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes del 1925), costituirono autentici capolavori, come “La mano della fattucchiera” che appartiene proprio alla collezione Ginori e cheassieme al vaso “La casa degli Efebi” (realizzato nel nuovo colore da lui inventato, il blu-Ponti) o “La ciotola Emerenziana” evidenzia la profondità del linguaggio pontiano, che fonde suggestioni cromatiche a riflessioni sulla classicità e sul contemporaneo, dal movimento futurista all’Art Déco, appunto: i fondi blu cobalto sui quali si stagliano figurine d’oro incise a punta d’agata, o gli etruschi delle tombe di Tarquinia qui reincarnati in una decorazione in maiolica, sono il suo marchio.

Silvia Arfelli