Mostre

Gio Urbinati. Cinquant’anni più uno di alchimie (gallery)

"Acqua e fango si son presi i miei sogni, il fuoco li ha resi solidi", inaugurazione domani

| Altro
N. Commenti 0

07/aprile/2017 - h. 09.08

Si inaugura domani sabato 8 aprile alla Far Fabbrica Arte Rimini, alle ore 18,  la mostra di Gio Urbinati dal titolo Cinquant’anni più uno di alchimie.
Mezzo secolo di attività costituisce un significativo traguardo professionale che l’artista ha voluto celebrare con una grande mostra antologica condensando i suoi lavori ceramici dagli anni ’70 ad oggi. «Acqua e fango si son presi i miei sogni, il fuoco li ha resi solidi» è solito dire Gio Urbinati.
 
La virtù dell'artefice risiede nel saper raccontare. E quello di Gio Urbinati è un racconto spesso intriso di mito e di favole. Un racconto che dura ormai da cinquant’anni, sfrontato, divertito, vigoroso come la sua indole, sfruttando tutte le piste alchemiche che l’argilla e le sue trasformazioni può produrre. Dalle città verticali e fantastiche costruite con i suoi precarissimi castelli di carte ceramici, metafora di una vita sempre in bilico tra cadute e risalite, alla pasticceria in ceramica che dissimula il vero con una virtuosistica imitazione di prelibatezze dolci. Dalle serie di ciotole simbolo ancestrale e contenitore ab antiquo, ai totem ceramici che si innalzano poderosi come una selva in cui perdersi; sino ai teatrini beffardi e grotteschi che mettono in scena lo spettacolo della vita.
 
Tra il luccicchìo degli smalti e le penombre che si addensano in mezzo alle argille plasmate ed essiccate, tra terre refrattarie, ingobbi, decorazioni a terzo fuoco, una quantità esuberante di oggetti che han smarrito la funzione d’uso assieme a sculture che segnano un percorso di sperimentazione mai esaurito, si può ben comprendere la mole enorme di lavoro svolto in tanti anni di laboratorio e che questa mostra in parte restituisce.
«La sua dote maggiore è quella di esprimersi lontano da teorie troppo affannose o da gerarchie tra passato e presente e di saper ascoltare la polifonia della vita. É una sorta di realismo esistenziale quello che gli permette di toccare con ironia, ma anche con irruenza e lirismo molte cose vicine, quotidiane, le plasma rovesciando la loro trascurabile ovvietà in chiave metaforica e favolistica» scrive Annamaria Bernucci nella presentazione della mostra.
 
I suoi inizi, negli anni '60, furono presso l'atelier di ceramica di Carla Birolli 'La stella Alpina' a Rimini (dove ora è piazzale Kennedy); nei suoi racconti questo esordio prende una coloritura nostalgica. “Ragazze c'è da sfornare il biscotto!” era il richiamo della titolare in quel contesto di lavoranti tutto al femminile, se si esclude l'anziano torniante. Il talento di Gio Urbinati non sfugge a Benito Balducci e a Rosetta Tamburini formatasi al Mengaroni di Pesaro che in quella bottega lavoravano e che gli riservano i loro insegnamenti.  Poi la strada Gio Urbinati se la costruisce letteralmente “con le mani nell'argilla”, sino alle prime mostre che risalgono agli anni '80, la prima bottega a soli 23 anni al Borgo S.Giuliano in viale Matteotti primi concorsi a Gualdo Tadino e a Faenza, le partecipazioni a rassegne nazionali come la I Biennale d'arte di Tarquinia assieme a Sebastian Matta e Piero Dorazio o tra le ultime in ordine di tempo (2010) a Vilnius. Negli anni '80 c'era stato l'incontro folgorante, rapinoso con Tonino Guerra. Gio Urbinati ne è stato l'interprete e il cantore; forse di più: ha reso tangibile la lingua del poeta; ma la scorrevolezza, l'inventiva, la magia della materia sono tutte sue: Il giardino pietrificato di Torre di Bascio, L'Arco delle favole ne l'Orto dei frutti dimenticati a Pennabilli raccontano di un fervido sodalizio, dove la poesia e l'ironia, la materia plasmata e la cifra dello scultore emergono nitide e continuano a sedurre.
Si inaugura domani sabato 8 aprile alla Far Fabbrica Arte Rimini, alle ore 18,  la mostra di Gio Urbinati dal titolo Cinquant’anni più uno di alchimie. Mezzo secolo di attività costituisce un significativo traguardo professionale che l’artista ha voluto celebrare con una grande mostra antologica condensando i suoi lavori ceramici dagli anni ’70 ad oggi. «Acqua e fango si son presi i miei sogni, il fuoco li ha resi solidi» è solito dire Gio Urbinati. 

La virtù dell'artefice risiede nel saper raccontare. E quello di Gio Urbinati è un racconto spesso intriso di mito e di favole. Un racconto che dura ormai da cinquant’anni, sfrontato, divertito, vigoroso come la sua indole, sfruttando tutte le piste alchemiche che l’argilla e le sue trasformazioni può produrre. Dalle città verticali e fantastiche costruite con i suoi precarissimi castelli di carte ceramici, metafora di una vita sempre in bilico tra cadute e risalite, alla pasticceria in ceramica che dissimula il vero con una virtuosistica imitazione di prelibatezze dolci. Dalle serie di ciotole simbolo ancestrale e contenitore ab antiquo, ai totem ceramici che si innalzano poderosi come una selva in cui perdersi; sino ai teatrini beffardi e grotteschi che mettono in scena lo spettacolo della vita. 

Tra il luccicchìo degli smalti e le penombre che si addensano in mezzo alle argille plasmate ed essiccate, tra terre refrattarie, ingobbi, decorazioni a terzo fuoco, una quantità esuberante di oggetti che han smarrito la funzione d’uso assieme a sculture che segnano un percorso di sperimentazione mai esaurito, si può ben comprendere la mole enorme di lavoro svolto in tanti anni di laboratorio e che questa mostra in parte restituisce. «La sua dote maggiore è quella di esprimersi lontano da teorie troppo affannose o da gerarchie tra passato e presente e di saper ascoltare la polifonia della vita. É una sorta di realismo esistenziale quello che gli permette di toccare con ironia, ma anche con irruenza e lirismo molte cose vicine, quotidiane, le plasma rovesciando la loro trascurabile ovvietà in chiave metaforica e favolistica» scrive Annamaria Bernucci nella presentazione della mostra. 

I suoi inizi, negli anni '60, furono presso l'atelier di ceramica di Carla Birolli 'La stella Alpina' a Rimini (dove ora è piazzale Kennedy); nei suoi racconti questo esordio prende una coloritura nostalgica. “Ragazze c'è da sfornare il biscotto!” era il richiamo della titolare in quel contesto di lavoranti tutto al femminile, se si esclude l'anziano torniante. Il talento di Gio Urbinati non sfugge a Benito Balducci e a Rosetta Tamburini formatasi al Mengaroni di Pesaro che in quella bottega lavoravano e che gli riservano i loro insegnamenti. Poi la strada Gio Urbinati se la costruisce letteralmente “con le mani nell'argilla”, sino alle prime mostre che risalgono agli anni '80, la prima bottega a soli 23 anni al Borgo S.Giuliano in viale Matteotti primi concorsi a Gualdo Tadino e a Faenza, le partecipazioni a rassegne nazionali come la I Biennale d'arte di Tarquinia assieme a Sebastian Matta e Piero Dorazio o tra le ultime in ordine di tempo (2010) a Vilnius. Negli anni '80 c'era stato l'incontro folgorante, rapinoso con Tonino Guerra. Gio Urbinati ne è stato l'interprete e il cantore; forse di più: ha reso tangibile la lingua del poeta; ma la scorrevolezza, l'inventiva, la magia della materia sono tutte sue: Il giardino pietrificato di Torre di Bascio, L'Arco delle favole ne l'Orto dei frutti dimenticati a Pennabilli raccontano di un fervido sodalizio, dove la poesia e l'ironia, la materia plasmata e la cifra dello scultore emergono nitide e continuano a sedurre.