Imola

Da un anno con la bici appesa al chiodo

Futuro incerto per la storica Unione sportiva imolese. L’ex presidente: “Un tesoro buttato alle ortiche”

Da un anno con la bici appesa al chiodo

Nino Ceroni spinge Virgilio Rossi. Fotoarchivio Sanna

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02/aprile/2015 - h. 14.05

IMOLA - Da un anno la Federazione ciclistica italiana piange un pezzo di storia e aspetta. Guarda a Imola, città che sui pedali ha poco da invidiare: dove le due tappe passate del Giro d’Italia sono solo la punta fra i vanti conquistati negli anni d’oro. Qui, dal 30 marzo 2014 ha cessato di esistere l’Unione sportiva imolese.
La più antica società del territorio, fondata il 20 febbraio del 1920, non ha più rinnovato l’affiliazione alla Fci e ha smesso di organizzare la coppa Placci, altro orgoglio cittadino che ha visto sul gradino più alto del podio sei campioni del mondo, tra i quali Felice Gimondi, Marino Basso e Maurizio Fondriest.
Morta? Non proprio. Ci sono almeno 32 ex soci disposti a riprendere in mano il sodalizio. Unico ostacolo rimane l’attuale direttivo, che per lasciare ripartire la società deve riunirsi e cedere il passo. Proprio quello che sarebbe dovuto accadere nella primavera di un anno fa, quando all’ex presidente Nino Ceroni - volto storico del ciclismo imolese - è arrivata la voce che il suo successore, Virgilio Rossi, non aveva rinnovato l’affiliazione.

Un colpo dritto al cuore. E la lingua non ha trattenuto le esclamazioni: “Ma è impazzito?”. A 87 anni da compiere, ha rivissuto in un istante i 40 alla guida della società, conclusi nel 2005 cedendo felicemente il timone con i migliori auspici alla nuova guida, giovane e fidata. Appena saputo, si è fatto avanti: “Quanto ci vuole, 300 euro? Li anticipo io”, ha proposto. Pagare l’iscrizione, tuttavia, non basta. Per rinnovare l’adesione alla federazione è necessario presentare la composizione del consiglio direttivo. Problema di poco conto. Ceroni ha alzato la cornetta: “In alcune ore - racconta oggi l’ex patron - ho trovato 32 persone disposte ad andare avanti, perché nessuno era deciso a vedere morire il sodalizio più vecchio di Imola. Ma per poter eleggere un nuovo direttivo era necessaria una sessione straordinaria in cui il consiglio si presentava come dimissionario”. A quel punto sarebbe stato un attimo; con i nuovi vertici eletti e una piccola mora, l’affiliazione alla federazione avrebbe riportato in vita l’Unione sportiva imolese.

Ecco, quell’assemblea straordinaria, Ceroni l’attende da un anno. Giorni passati vedendo invano spegnersi i sacrifici di una vita, “remando sempre”. Così, nel ‘68 era riuscito da ‘semplice appassionato’ a portare il mondiale di ciclismo, segnato dal trionfo di Vittorio Adorni. C’era poi stato il campionato italiano di ciclocross, quello a squadre, la Coppa del mondo, le due tappe del Giro e una rispettivamente del Giro femminile e di quello dilettanti. “Tutto”, ricorda. Poi la Coppa Placci, fondata nel 1921 e portata nella massima categoria con un pizzico di azzardo e un altro di incoscienza. Fu di Ceroni l’idea di farla passare per la ‘Salita del cane’, quel tratto con punti di pendenza al 20 per cento. Gare organizzate con budget limitatissimi, fino a farne appuntamenti imperdibili, con giri d’affari consistenti.

Ecco perché la crisi non basta a giustificare il tracollo. Debiti non ce n’erano alla fine dell’era Ceroni. “Con vanto e orgoglio - insiste - ho lasciato il sodalizio con un conto in attivo, 168 soci, due auto con tettuccio apribile per le corse, una segreteria con computer, sponsor affiatati e tutto materiale per organizzare una grande gara”. Una sintesi veritiera quanto spietata quella dell’ex presidente: “Un capitale buttato nel pattume”.
Ultima speranza rimasta è quell’assemblea straordinaria che tarda a essere convocata. E per la quale Ceroni - un po’ per rispetto delle parti in gioco - non vuole fare pressioni: “Su quella poltrona ci sono rimasto troppo tempo - conclude -. E un anno fa non volevo mettermi a sindacare, a fare il super, quello bravo che va a punzecchiare gli altri in un momento di difficoltà”. Il timore di scadere nello scontro vecchi-giovani, l’ha convinto a pazientare. Ma ora degli anni di gloria sono forse troppi per essere contenuti in un anno di silenzio.

Federico Spadoni