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"Con che numero giochi in serie A?" Le telefonate che inguaiano Rossi

Secondo la procura l'ex portiere del Milan era invischiato in un giro di droga in riviera. Ecco le conversazioni agli atti

"Con che numero giochi in serie A?" Le telefonate che inguaiano Rossi
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02/agosto/2014 - h. 11.41

Tutto era partito da quell’hotel di Lido di Savio. Quindici luglio del 2009, dentro c’era tal Bashkim Mane, 49 anni, albanese di Valona con un domicilio nel torinese. Lui oggi “abita” in carcere per un cumulo pene davvero cospicuo. Ma quando i carabinieri del Nor di Milano Marittima avevano bussato alla stanza 107, dentro oltre allo straniero ci avevano trovato anche 82,5 grammi di cocaina, una pistola Rhoner “Sm 12” calibro 6.35 con sei cartucce, un coltello a serramanico lungo 21 centimetri, 11 mila e 100 euro in contanti e vari documenti fasulli. Ma soprattutto c’erano un’agenda con nomi associati a crediti per droga e quattro telefonini. L’analisi dei tabulati aveva restituito una fitta rette di contatti. Ed è così che erano via via scattate quelle intercettazioni telefoniche che avrebbero alimentato l’intera operazione. Nome in codice “Pegasus”, con un indagato eclatante nel gruppo. Perché tra le persone con le quali parlava l’albanese, c’era anche Sebastiano “Seba” Rossi, il 50enne cesenate già portierone del Milan campione d’Italia e tutt’ora detentore del record di imbattibilità in campionato. Un’altra storia questa. Così come le travagliate vicende giudiziarie che avrebbero poi segnato la vita del 49enne: prima aveva patteggiato quattro anni e mezzo per la coca e l’arma; quindi era evaso dai domiciliari per tornare in Albania ma infine s’era fatto beccare a Forlì con circa mille pasticche di ecstasy. Uguale ad altri sei anni di galera, poi ridotti a quattro. E ora sappiamo perché si trova ancora dentro. In questa storia invece né Seba né gli altri 17 accusati a cui è stato notificato l’avviso di conclusione indagine, hanno mai passato un giorno in cella. Sono difesi dagli avvocati Massimo Martini, Silvia Fantin, Giacomo Foschini, Cinzia Montanari e Marco Martines.

ROSSI INDIGNATO ED ESTRANEO L’avvocato Martines, attraverso una nota, ha fatto sapere che “con riguardo alle notizie apparse sul suo coinvolgimento in un procedimento penale, Sebastiano Rossi esprime indignazione sia perché estraneo ai fatti sia perché ne ha appreso dalla stampa, senza avere mai ricevuto prima notifica di atti o informazioni di garanzia. Ha espresso la volontà di essere immediatamente ascoltato dal pubblico ministero e diffida chiunque da qualsiasi strumentalizzazione in suo danno e in danno della società”. A noi risulta però dalla specifica informativa dell’Arma che Rossi fu espressamente interrogato in procura proprio su questa indagine la mattina del 9 febbraio 2010. E che nell’ufficio del pm titolare Monica Gargiulo rese dichiarazioni in merito a un paio di albanesi presunti pusher di cocaina.

COCA, RIVIERA E LOCALI Quasi tutti italiani, perlopiù romagnoli. Di Ravenna, Bagnacavallo, Fusignano, Cervia, Pisignano, Gambettola e Cesena. Ci sono imprenditori noti, e poi persone legate ai locali notturni o ad hotel rivieraschi. Pochi quelli con precedenti, quasi tutti fin qui incensurati. Insospettabili della riviera bene, inguaiati dalla dose. Perché capita spesso che quando si compera, poi si acquisti anche per amici. E così si supera la quantità per uso personale. E’ un po’ quello che tra il 2009 e il 2010 secondo le indagini dei carabinieri sarebbe capitato con Seba. Ma al vertice di quella piramide bianca per l’accusa c’era Mane.

IL LIBRICINO DEI DEBITI Tanti quelli che dovevano dei soldi per la roba al 49enne albanese, e lui lo aveva meticolosamente scritto nel suo libricino. I primi telefonini erano finiti sotto il 4 settembre 2009. Orecchie incollate alle conversazioni di un 32enne di Gambettola che pare dovesse al Mane mile e 100 euro. Poi c’era un imprenditore 31enne di Cesenatico al cui nome erano state associate in totale cifre per 11 mila e 900 euro. Quindi troviamo un 30enne ravennate con un presunto debito da mille e 300 euro. Scorrendo la lista, ecco il nome dell’ex portiere, registrato nel cellulare del pusher come “Seba”: nell’agendina il riferimento è a 600 euro. Poi chissà cos’altro ancora che non conosciamo dato che parte di quest’indagine è finita per competenza alla Dda di Bologna. In ogni modo, agli inquirenti sono bastati i primi ascolti per capire che cosa potessero avere di fronte. Quel giro spesso s’intersecava con gli ambienti discotecari, sia del litorale che dell’entroterra passando anche per i centri abitati. Spesso lo spaccio avveniva di fronte ai locali. E la roba - tutta “parlata” come si dice in gergo quando la droga non viene sequestra ma solo intuita dal tenore delle conversazioni - mica veniva indicata come tale: la chiamavano “consolle”, “bottiglie”, “zucchero filato”, “maglie”, “castagne” “piombi colorati”, “montagna” e “fischietti”. Ma non era sempre di buona qualità, tanto che era stata paragonata anche al sapore del “brodo Star”.

CELLULARE CHE PASSIONE Al telefonino parlano tutti, tanto, probabilmente troppo. C’è perfino chi si dimostra particolarmente soddisfatto per essere riuscito ad accontentare alcuni clienti che lui stesso definiva più importanti; gente facoltosa che sborsava e che in disco brillava per spese pazze. Un crescendo di dialoghi che tira dentro anche Seba. In quel periodo - annotano gli inquirenti - il campione trascorreva gran parte delle giornate a Milano Marittima in compagnia di una sua amica, una 44enne di Cervia pure lei tra gli indagati. Lui - prosegue l’accusa - le mostrava attenzione facendole regali e non disdegnava neppure di procurarle cocaina. La ragazza poi in taluni frangenti avrebbe indotto Seba a procurarle la roba anche per l’allora fidanzato. E’ il 5 ottobre 2009 quando viene intercettata questa frase del campione che parla al telefono con la donna mentre sta per raggiungerla: “Ti ho portato una cosa da mangiare che adesso ti metti... mi ringrazierai per tutta la vita (...) questo è meglio di un panino”. Un linguaggio ambiguo che, almeno per l’accusa, sottintende una sola cosa: la cocaina. Ma saranno altre le occasioni in cui lui si adopererà per lei.

TANTI PUSHER SOLO PER UNO Rossi del resto aveva vari presunti canali di approvvigionamento, almeno sette quelli indicati dalla procura. Dentro c’era pure un 30enne di Pisignano. Quest’ultimo varie volte si era messo a disposizione del campione per vari piaceri, compresa la roba. Per gli inquirenti andava così: su preciso input, il 30enne prelevava da un nascondiglio e custodiva fino alla cessione a Rossi. Era accaduto anche il 15 ottobre 2009 quando una pattuglia dell’Arma aveva però notato il giovane allontanarsi dall’albergo indicato da Seba. Ecco l’intercettazione captata al campione mentre a cavallo delle 12.30 di quel giorno parla con l’amico: “(...) mi fai un favore? (...) ci vai di sopra nell’armadio no... hai presente? E quando sei lì mi porti due fischietti che vado a caccia oggi, cioè tutti quelli che son lì”. Peccato - rilevano gli inquirenti - che la prefettura di Forlì avesse comminato al Seba il “divieto di detenzione di armi” nel gennaio del 2008: come dire che quel giorno di quasi un anno dopo non sarebbe certo andato a caccia. Nuovo dialogo tra i due intercettato il 18 novembre, ore 15.52: Rossi chiede all’amico di portargli fino a una precisa zona vicino all’aeroporto militare di Pisignano quei “piombi” che gli aveva affidato qualche sera prima: “Allora stai a sentire: io sono a Milano Marittima” e “ho bisogno che mi fai una cortesia” e “mi porti (...) hai presente l’altra sera che ti ho detto... prima di andare in mare, questi piombi verdi mettili in casa (...) allora vieni qui te?”.

LE BOTTIGLIE DA STAPPARE Tra i presunti fornitori del Seba, troviamo un altro personaggio già noto alle cronache, sebbene per altri motivi. Si tratta del francese Remi Jupin, 41 anni, cameriere, residente a Castrocaro Terme ma domiciliato a Cervia e arrestato sempre dai carabinieri quando il 26 agosto 2013 in auto a pochi metri da casa investì un turista 46enne comasco per poi fuggire. Quantitativi non rilevanti quelli che avrebbe fornito al campione e presumibilmente associati in codice al numero delle bottiglie di alcolici per indicare i grammi. E’ il 27 novembre. Rossi: “(...) E... non c’è nessuno in giro?”. Jupin raccoglie e ride: “E... fammi pensare; fa... fammi pensare... (...) anche perché noi oggi siamo chius...Quante bottiglie ti ci vorrebbero?”. L’ex portiere risponde sicuro: “Beh, quattro o cinque. Gliele pago subito eh...”. Seguirà un incontro in un appartamento e altre chiamate in cui non sempre Jupin riuscirà ad accontentare il campione.

LA MAGLIA NUMERO 30 Secondo gli investigatori tuttavia il fornitore più affidabile era un 31enne di Cervia che si prendeva addirittura la briga di chiamare Seba per avvisarlo della sua disponibilità di coca. Tanto che in un’occasione - è il 30 di dicembre - sarebbe addirittura stato disposto a dargliene ben 30 grammi. A riprova, ecco una ventina di minuti dopo un incontro tra i due in un locale di Montaletto. Rossi nell’occasione usa un gergo calcistico: “Te giochi ancora in serie A?”, gli fa riferendosi - sostiene l’accusa - alla qualità della roba. L’altro conferma. E Rossi insiste: “Ma con che numero, con il 10 o con il 20?”. Il giovane ride e risponde a tono: “Con il 30”.

ACo