L'intervista

I Massimo Volume tra musica, letteratura e Ravenna

Questa sera al Bronson il concerto della band bolognese. Il frontman Emidio Clementi: “La vostra Darsena mi piace. Un concerto lì? Magari"

I Massimo Volume tra musica, letteratura e Ravenna
| Altro
N. Commenti 0

31/ottobre/2013 - h. 12.47

RAVENNA - “Ho scritto Ravenna ricordando una sera in cui ero venuto qui con una ragazza, era l’inizio degli anni Novanta e avevamo cenato ad un ristorante russo”. Dall’interno del Bronson arrivano le note del resto della band mentre Emidio Clementi, t-shirt nera e occhiali da vista, racconta come è nata la canzone che chiude ‘Lungo i bordi’, album datato 1995 dei Massimo Volume che questa sera si esibiranno nel locale di Madonna dell’Albero. Quella canzone è, appunto, ‘Ravenna’. Non è una musica facile, quella della band bolognese. Clementi, che è il bassista, recita i testi accompagnato da  Egle Sommacal, Vittoria Burattini e Stefano Pilia. Parlare con il frontman del gruppo non significa solo discutere di musica, e di quanto sia difficile in Italia farsi ascoltare, ma di cultura in generale.

Clementi, al Bronson presentate il nuovo disco, ‘Aspettando i Barbari’. Come mai la scelta di partire da qui per il tour?
“Con il Bronson abbiamo un rapporto particolare, anche con Chris (Christopher Angiolini, il titolare ndr.) abbiamo sempre collaborato con profitto. L’idea dello split Ep che abbiamo prodotto nel 2011 con i Bachi da Pietra è stata ispirata da lui”.

Anche la città sembra piacervi, penso ad esempio al recente servizio fotografico in Darsena. Che ne pensa della zona?
“Bella, mi piace molto. Noi cercavamo una zona portuale, la vostra Darsena mi sembrava adatta”.

C’è un progetto di rilancio della Darsena. Lei ci suonerebbe?
“Caspita, sì. Spero però che non venga snaturata l’atmosfera industriale. In generale Ravenna mi piace perché si respira l’aria adriatica della mia San Benedetto”.

I Massimo Volume sono una band bolognese, come è cambiato il capoluogo negli ultimi anni?
“Mah, lì abito da trent’anni ormai, fatico a vederne i cambiamenti, a parlarne finisco per essere un po’ fatalista. Può darsi che abbia perso un po’ il suo ‘arco di splendore’, molti accusano la politica, io credo sia un fatto generazionale”.

Quanto sono politici i testi dei Massimo Volume?
“Zero, non sono politici. Sono molto avvilito dal qualunquismo”.

Gli Afterhours hanno scritto ‘La tempesta in arrivo’, voi ‘Aspettando i barbari’. Leggendo i titoli è inevitabile pensare alla crisi. Come vive la musica il momento?
“A me chiedono tutti chi sono i barbari, io rispondo che non lo so. Di certo, se parliamo di crisi, la musica è abituata. Anche negli anni Novanta di cui oggi si parla come ‘anni d’oro’, non sono mai girati molti soldi. Difficile arricchirsi”.

E viverci?
“Anche. Noi non viviamo di musica. O meglio: quest’anno è uscito il disco, andremo in tour, e quindi sì, vivremo di quello. Ma, almeno per quanto mi riguarda, faccio anche altro: scrittura, reading, insegno all’Accademia. Posso dire però di vivere grazie alla creatività. Ma oggi, almeno nel panorama underground, in pochi vivono di musica”.

Eppure in Italia l’impressione è che se c’è un ambito culturale in grado di dire qualcosa,  sia la musica. Più della letteratura è del cinema. E’ giusto?
“Forse è dovuto al contatto con le persone. E’ un mondo più aperto e popolare rispetto alla letteratura, dove ai reading il pubblico è formato spesso da addetti ai lavori. Nella musica c’è un contatto maggiore, la comunicazione è più sana”.

Al di fuori degli artisti delle major, è un mondo poco considerato dai media?
“Credo di sì. Ed è strano, perché nei libri si trovano tantissime citazioni musicali, ci sono gruppi che hanno formato immaginari generazionali. Eppure è un mondo sempre meno approfondito”.

Che ne pensa dei nuovi modi di fruire della musica? Download, Spotify... le piacciono?
“Si vendono pochi dischi, sono trasformazioni epocali che vanno accettate. Al di là di questo, mi fa riflettere il fatto che tra un po’ non avrà più senso avere una discografia in casa. Quando vai a casa di una persona i dischi o i libri che ha negli scaffali te la descrivono già. In futuro questa cosa si ridurrà o magari guarderemo le playlist. Non è la stessa cosa”.

Il genere particolare dei Massimo Volume avvicina o allontana l’ascoltatore medio?
“Credo non sia facile avvicinarsi. Io non so cantare e ormai mi sono specializzato in questo genere, lavorando molto sulla musica. Mi rendo conto che a volte può risultare un po’ saccente, bisogna stare attenti, dosare le parole”.

Crede che l’esplosione del rap tra i giovani, quindi l’importanza del testo, possa aiutare a scoprire anche i Massimo Volume?
“Non so, potrebbe essere. Noi abbiamo influenze diverse: rock, punk, new wave. Per quanto riguarda il rap, ho seguito qualcosa all’inizio, mi vengono in mente i Public Enemy, ma non mi ha mai preso troppo. Oggi mi piace molto il suono elettrico, nel disco si sente anche”.

Al di là della musica, qual è il suo rapporto con la letteratura? Quali sono gli autori di riferimento di Emidio Clementi, oltre ad Emanuel Carnevali a cui ha dedicato una canzone e un libro?
“Molta letteratura americana. Raymond Carver, John Cheever, John Steinbeck, Sam Shepard. Nel disco si trovano citazioni di John Cage, ho fatto un reading su di lui proprio qui a Ravenna, in stazione. In generale amo il realismo americano”.

Le sue sono canzoni con testi legati fortemente alle immagini. C’è un legame con il cinema?
“Come tutti ho dei film preferiti ma non sono un esperto. No, io credo che l’immagine sia molto legata anche alla letteratura. Quando scrivi, c’è sempre un qualcosa che cerchi di descrivere”.

Eppure proprio da un film, la caduta della casa degli Usher, è nata la reunion dei Massimo Volume.
“E’ vero. Quella fu una bella esperienza.  Ci trovammo per risonorizzare il film (in bianco e nero, muto, di Jean Epstein ndr.) nel 2008 e da lì fu quasi naturale ritrovarsi in studio per Cattive Abitudini, uscito nel 2010. Comunque non c’è stato niente di forzato, ci eravamo abituati all’assenza dei Massimo Volume e ci piaceva quello che stavamo facendo. In ogni caso siamo stati separati dal 2002 al 2008: siccome registriamo in media un album ogni tre anni, diciamo che abbiamo saltato un’uscita”.

Alessandro Montanari