Musica

Domenico Nordio, “un modesto, determinato servitore della musica”

Intervista al celebre violinista, protagonista nella Sala Corelli del Teatro Alighieri per la rassegna Mikrokosmi 2014

Domenico Nordio, “un modesto, determinato servitore della musica”
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02/aprile/2014 - h. 19.30

RAVENNA - Domenico Nordio, nativo di Chioggia (VE),  è uno dei più grandi violinisti del panorama internazionale e una persona squisita che già contattammo due anni fa in occasione di uno strepitoso concerto di violino solo per la rassegna Mikrokosmi 2012.  Domenica 16 marzo alle 11 si è esibito per la rassegna Mikrokosmi 2014 nella Sala Corelli del Teatro Alighieri, a dieci anni di distanza dalle sue “scorribande classiche” in giro per il mondo con il pianista Nazzareno Carusi. "Ho ritrovato un amico, eccellente musicista, con il quale in gioventù ho passato anni pieni di musica. Eravamo diventati amici stretti, la vita ci ha separato".

Nordio, il suo curriculum è impressionante: premi,  collaborazioni altisonanti, concerti nei più prestigiosi teatri, dalla Carnegie Hall di New York al Barbican Center di Londra, dal Teatro alla Scala di Milano alla Salle Pleyel di Parigi.  Non è riduttivo per una star del suo calibro esibirsi in un Ridotto davanti a un pubblico da matinée?
Martedì ho suonato Beethoven ad Istanbul, in una sala enorme riempita da 3500 spettatori festanti, domani mi esibirò di fronte a poche (ma buone!) centinaia di persone. Non ci sarà nessuna differenza. L’entità “pubblico” merita la massima considerazione, qualunque esso sia, e va coccolato come se fosse l’unico al mondo. Può sembrare una considerazione “demagogica”, invece è una regola fondamentale che, tra l’altro, permette di mantenere sempre alta la soglia di attenzione e, di conseguenza, la qualità delle esecuzioni.

Le ha collaborato con personaggi “illustrissimi”. C’è qualcuno che ricorda particolarmente, in quanto ha più inciso sulla sua carriera o sulla sua personalità?
Ho incontrato e collaborato con tantissimi colleghi, alcuni illustri, alcuni di grande talento, altri un po’ meno capaci. Condividere il palcoscenico con altri musicisti arricchisce tantissimo perché la musica si basa anche sull’imitazione. 

Ex bambino prodigio, lei ha tenuto il primo recital a 10 anni e vinto a 16 anni il Concorso Internazionale “Viotti di Vercelli con il leggendario Yehudy Menuhin quale Presidente di Giuria. Ha mai sentito una responsabilità troppo grande per la sua età?  E se ha incontrato momenti critici, come  li ha superati?
Posso dire la verità? Sono un uomo fortunato. Ho cominciato piccolissimo, ho avuto l’opportunità di maturare direttamente in scena, ho girato il mondo, ho suonato in tante meravigliose sale e con tante orchestre importanti e, nonostante quest’anno festeggi i 27 anni di carriera non ho mai vissuto un momento di crisi musicale o di ripensamento. La mia giovinezza è stata piena di rinunce, ho sempre studiato tantissimo, ma tutti i sacrifici sono stati ampiamente compensati da una meravigliosa vita di palcoscenico, una vita eccitante e ricca di emozioni, una vita da privilegiato.

Ha mai desiderato padroneggiare un altro strumento che non fosse il violino? Perché ha scelto proprio uno dei pochi strumenti che ha resistito agli assalti della tecnologia,  tanto che si suonano ancora quelli della pregiatissima liuteria italiana del 1600-1700?
E’ andata così. Ho conosciuto il violino quando avevo otto anni, ne sono rimasto immediatamente affascinato senza una ragione razionale. Il violino imita a meraviglia il canto umano, è uno strumento che si imbraccia e con il quale si ha un contatto fisico profondo. E’ un po’ come avvinghiare l’amata: all’inizio è passione travolgente, poi non riesco più a prescindere dal suo calore.

Continua la sua collaborazione con la Fondazione Stradivari di Cremona?
Sì, certo, sono testimonial del progetto “Friends of Stradivari” e spessissimo ho la fortuna di suonare i meravigliosi strumenti da loro custoditi (Amati, Bergonzi, Guarneri e del Gesù e - ovviamente- Stradivari).

Lei è docente di Conservatorio e insegna violino presso altre due istituzioni.  Come si dispone a formare i musicisti del futuro? E’ facile riconoscere il talento ed è davvero l’unico presupposto per  forgiare un buon musicista?
Insegnare mi piace perché spesso mi immedesimo. Mi è capitato spesso di suggerire ad un mio allievo di cambiare strada, non perché io abbia degli istinti sadici, ma perché se non c’è talento la vita musicale può diventare un incubo pieno di frustrazioni. Il talento è indispensabile, ma servono anche costanza, determinazione, spirito di sacrificio e una buona dose di fortuna. La musica è per tutti, ma diventare musicisti professionali è per pochi e ai ragazzi questo bisogna spiegarlo per bene per non illuderli.

Lei anni fa incideva per la Decca, poi è passato alla Sony. Che cosa ha prodotto per  la nuova etichetta?
Sono impegnato nella riscoperta di capolavori del ‘900 italiano ingiustamente dimenticati anche per ragioni ideologiche. Per fortuna oggi è stata perdonata l’appartenenza (o la vicinanza) dei compositori italiani al regime fascista, così ho la fortuna di poter proporre i concerti meravigliosi di Respighi, Casella, Castelnuovo Tedesco, Dallapiccola e di tanti altri. Il secondo cd uscirà dopo l’estate, ne seguiranno certamente altri. 

Parliamo un po’ dei suoi  rapporti con la musica contemporanea.
Ho in repertorio tantissima musica contemporanea e conosco tanti compositori che spesso mi propongono le loro opere. Suono la musica se la musica è bella e mi piace, mi interessa poco sapere quando quella musica sia stata scritta e da chi. Fondamentale è che sia comprensibile ed emozionante sia per chi la suona sia per chi la ascolta perché le pure operazioni matematiche o le astruse esercitazioni filosofiche mi attraggono zero.

Le riporto due sue frasi che mi colpirono. “Ho sempre servito la musica con molto modestia ma con altrettanta determinazione”  e “Alla fine di ogni mia performance sono insoddisfatto, ma questa insoddisfazione è la molla che mi spinge a studiare anche quando non ne avrei voglia”. Mettersi al servizio cercando sempre la perfezione  che cos’è,  per  un musicista come lei, una condanna o una continua  rigenerazione?
E’ la ragione per la quale continuo a suonare su un pezzo di legno che ha quattro corde. La ricerca costante della inarrivabile perfezione, la riscoperta stupita di dettagli nei brani suonati e risuonati, le emozioni spesso estemporanee da palcoscenico mi mantengono vitale e curioso: il giorno in cui la musica non mi arricchirà più sarà quello nel quale “appenderò il violino al chiodo”.

Quale violino userà per il concerto ravennate?
Suonerò con il mio “storico” Ansaldo Poggi del 1967 (storico per me, ovviamente). Sono assolutamente convinto che le caratteristiche strumentali dell’esecutore emergano molto più di quelle degli strumentisti, perché sono i violinisti che “fanno” il violino, non il contrario. Tanto per dire, mi è capitato di incidere nella stessa sala due cd diversi, uno con un Guarneri e uno con il Poggi: il producer, lo stesso per le due incisioni, non si è minimamente accorto della differenza.

Nota a margine. Il concerto del 16 marzo 2014, per indisposizione del pianista Carusi, è stato un viaggio di Nordio solista nelle pagine più affascinanti e perigliose di Johann Sebastian Bach che ha mandato in delirio il pubblico della Sala Corelli.

Attilia Tartagni