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Di Michelangelo l’opera scoperta a Imola

Oggi a Parigi l’esito degli studi sul manufatto acquistato da un collezionista imolese

Di Michelangelo l’opera scoperta a Imola

Foto Sanna

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24/giugno/2014 - h. 18.35

IMOLA - Quella che è stata identificata come la Madonna della Febbre, manufatto in terracotta riscoperto nell’Imolese nel 2002 e da anni al centro di studi sull’attribuzione della sua paternità, verrà oggi presentata al Museo Maillol di Parigi come opera di Michelangelo Buonarroti. Si tratta di un modello della Pietà che presenta analogie alla scultura esposta in San Pietro, con la Vergine Maria che sostiene il corpo di suo figlio, Gesù Cristo, appena deposto dalla croce, con la mano sorretta da un angioletto. Chi l’ha vista e analizzata ha espresso più giudizi positivi che dubbi, ma per consegnare alla storia dell’arte un risultato di questa portata non bastano le opinioni, seppur le più autorevoli.

Occorre scienza e su questo hanno investito i titolari della scoperta, i francesi che ne hanno finanziato le ricerche, mentre il canale televisivo Discovery Channel in autunno presenterà il documentario realizzato su questa sensazionale attribuzione. Nel massimo riserbo, la capitale francese celebra oggi il suo battesimo dell’opera. Il primo a indicare con fermezza l’impronta di Michelangelo su quella creta è stato il critico statunitense Roy Doliner. Chiamato dal proprietario di quel gioiello, - che a prescindere dal suo autore ha lasciato a bocca aperta chi ha avuto la fortuna di vederla e di ammirarne la pertinenza al lavoro michelangiolesco - Roy Doliner sul finire del primo decennio del 2000 ha intrapreso il suo percorso di studi riassunto nel libro “Il Mistero velato”, presentato in Italia e all’estero nel 2010. Qui il critico ha illustrato quella serie di prove che hanno avallato le tante sensazioni promosse dagli esperti sul caso.

La sua sintesi è stata chiara: la terracotta è la Madonna della Febbre, modellino della Pietà realizzato da Michelangelo e dallo stesso scultore donato al fedele assistente Antonio Basoja. Proprio una delle più significative prove citate dall’attribuzione lo tira in ballo: un documento ritrovato nell’archivio del Collegio dei notai capitolini, relativo ad un contenzioso sul manufatto che lo stesso Basoja battezzò come Madonna della Febbre. Nel libro altre risultanze: la cura del’anatomia del corpo del Cristo, segno distintivo di Michelangelo rispetto ad Andrea Bregno, scultore del XV secolo a cui fu inizialmente attribuita l’opera. Il grande maestro della scultura lombarda, tuttavia, i corpi li rappresentava avvolti nelle vesti. In più, dando retta alla datazione dell’opera, sul finire del XV secolo, era già un affermato artista; difficile immaginarlo impegnato nella creazione di un modellino di prova.

Un’ipotesi invece più affine al giovane Michelangelo, in quel periodo scultore talentuoso ma ancora agli inizi. Altro dettaglio: la base dell’opera è di 58,3 centimetri, un “braccio fiorentino”, l’unità di misura di Michelangelo che da Bregno, solito nell’uso del “cubito romano” (44 cm), si differenziava anche in questo. Quindi lo stile, la plasticità e quella che da Doliner è stata presentata come l’inconfondibile mano di Michelangelo. L’ultimo contatto della Madonna della Febbre con Imola risale dunque al 2010, quando Doliner la presentò insieme al suo libro. In questi 4 anni ingenti investimenti ne hanno accompagnato gli studi, affiancati da un documentario di Discovery Channel. Oggi l’opera è a Parigi, sarà dopo all’Hermitage di San Pietroburgo. In Patria, parallelamente, gli studi non si fermeranno, condotti da un pool che comprende i massimi esperti d’arte moderna. Anche a loro spetterà il compito di aggiungere un altro tassello verso quella certezza tanto sognata, per la quale anche i libri di storia incrociano le dita.

Federico Tosi