Poesia

Mariangela la Titania della poesia italiana

Einaudi pubblica l’ultima raccolta della fondatrice del Teatro Valdoca “Le giovani parole”: si esagera in gioia

Mariangela la Titania della poesia italiana
| Altro
N. Commenti 0

18/novembre/2015 - h. 00.36

Di pari passo alla morte di Dio. Così pare. Più Dio arretra dal mondo, più la poesia si fa piccola, fino all’annichilimento. Non accoglie la parola divina (se non nelle forme eretiche dell’orrore, dell’egoismo, con omelie che sbocciano in mitragliate) l’uomo trapiantato nella tecnologia; come non ascolta il verbo poetico, inutile. Nel nulla editoriale odierno, dove pubblicare poesie per Mondadori equivale a farsi i libri in casa, con stampante e graffette, la “bianca” Einaudi ha una specie di monopolio. Pubblica tanto (intorno agli otto volumi all’anno), anche se i nomi sono grosso modo i soliti: Erri De Luca, Valerio Magrelli, Aldo Nove, tra gli altri, l’anno scorso, Gianni D’Elia, Silvia Bre, Franco Marcoaldi quest’anno. Insomma, sostengono il noto, consolidano il canone.

Tra questa truppa di poeti angelicati dallo “struzzo”, un ruolo di rilievo ce l’ha Mariangela Gualtieri: primo libro nel 2003 (Fuoco centrale), ne son seguiti tre, l’ultimo è uscito un mese fa, s’intitola Le giovani parole. Incipit: la storia di Mariangela è legata inscindibilmente al Teatro Valdoca, creatura cesenate, uno smeraldo nel cosiddetto “teatro di ricerca”. Dal 1985, con ostinata gioia, quelli del Valdoca annusano i poeti. Dopo Kantor, Grotowski e Peter Schumann, dialogano con Milo De Angelis, Mario Luzi, Franco Fortini, Maurizio Cucchi e moltissimi altri. Perciò: la leggerezza svagata della poesia della Gualtieri è esito, in verità, di studio accanito. Suddiviso in cinque sezioni e in due “poemetti” (Studio sullo stare fermi, una specie di trattatello mistico, più bello dell’altro, Bello mondo, che è una specie di orazione salutare, di confessione di bellezza), il libro non pare sorretto da un tema prevaricante. Mariangela, sorta di Titania della poesia italiana, conduce esercizi di osservazione: esagera (roba rara nella depressiva lirica nostra) in gioia, esaspera la compassione, dacché La poesia è proprio questo, «niente che resti/ non amato».

Il gesto poetico, che vale poco definire “poesia per il teatro” (ne hanno scritte, di specifiche, Giovanni Raboni, Mario Luzi, Alda Merini, per dire), è come un tuffo dentro l’onda autunnale delle foglie: ricavando da quelle mani staccate, venate, collane, orecchini, origami, aerei. C’è una ingenuità travolgente in queste giovani parole, che forse cercano proprio la parola iniziale, l’ inseminato esordio, mentre tutti gli altri militari poeti del rione tentano sempre la parola definitiva e finale. Queste stilettate di luce (d’altronde, «di cosa dovrei avere paura/ adesso»), di onestà radicale (ricordiamo che il Valdoca quest’anno ha rifiutato i soldi ministeriali, e non erano pochi, per poter lavorare e produrre con più serenità, senza la pastoia statalista), capaci di risillabare parole capitali (uno dei testi più belli è la Preghiera a sua madre perché muoia, che invoca, «diventa luce ma’») sono esercizi per risorgere.

(d.b.)