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17 milioni e passa: che spettacolo!

Il Ministero premia la nostra Regione aumentando gli investimenti nello spettacolo dal vivo. Ma i soldi vanno sempre a loro

17 milioni e passa: che spettacolo!

Pippo Delbono in posa per l’Arena del Sole di Bologna

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25/novembre/2015 - h. 02.07

Oltre 17.695.000 euro per il 2015 contro i 17.199.000 euro del 2014, con un incremento del 2,9%. Il rapporto dell’Osservatorio regionale dello spettacolo, escludendo la Fondazione lirica di Bologna di cui non sono ancora noti i dati ufficiali definitivi, traccia un quadro dei contributi Fus allo spettacolo dal vivo in Emilia-Romagna nel 2015, registrando un lieve aumento a fronte di un ammontare nazionale rimasto pressoché invariato rispetto all’anno precedente (406 milioni euro), ma con una diversa ripartizione.

Nel dettaglio, la musica (escludendo la Fondazione lirica di Bologna), ha visto un’assegnazione pari a 9.101.850 euro, con un incremento del 4,3%; il teatro ha 6.004.100 euro di contributi, con un incremento del 2,6%; la danza si vede assegnare 1.753.430 euro, crescendo del 6,3%. Si aggiungono l’ambito multidisciplinare (dove sono confluiti anche soggetti in precedenza finanziati ad altro titolo) e le residenze che in precedenza non erano finanziati. Col Decreto ministeriale approvato lo scorso anno, “Nuovi criteri per l’erogazione e modalità per la liquidazione e l’anticipazione di contributi allo spettacolo dal vivo, a valere sul Fondo unico per lo spettacolo” si introduceva la finalità di favorire i progetti e i processi a carattere innovativo e il ricambio generazionale, di valorizzare creatività e nuovi talenti. Per la prima volta, trattando di musica, teatro e danza, si richiamava la multidisciplinarietà per i Festival, i Circuiti regionali e gli Organismi di programmazione.

Tra gli obiettivi strategici, tra l’altro, il riequilibrio territoriale dell’offerta e della domanda, la triennalità nell’assegnazione dei contributi e la differenziazione tra soggetto e progetto. Il nuovo sistema delle categorie ha portato, tra i principali cambiamenti, oltre al riconoscimento di Emilia Romagna Teatro Fondazione come “Teatro nazionale”, della Fondazione Teatro due di Parma come Teatro di rilevante interesse culturale, di 5 Centri di produzione teatrale di sperimentazione e teatro per l’infanzia e la gioventù (Ravenna teatro, Solares fondazione delle arti, Accademia perduta Romagna teatri, Teatro gioco vita, la Baracca) e di 13 imprese di produzione (comprendendo le strutture che operano nella sperimentazione e quelle del teatro per l’infanzia e la gioventù).

Ancora il rapporto dell’Osservatorio segnala, nell’ambito multidisciplinare, il riconoscimento di Ater come “Circuito regionale” e del Teatro Duse di Bologna come “organismo di programmazione multidisciplinare”. E ancora c’è il riconoscimento della Fondazione nazionale della danza – Aterballetto, come “Centro di produzione”. Tra le innovazioni, il riconoscimento di 10 residenze artistiche, suddivise in sei province dell’Emilia-Romagna.

Detta così sarebbe da intonare è qui la festa! Invece, viene da dire, il Ministero, attraverso il braccio economico del Fus, agisce come sempre. Premia i soliti nomi, impaurito di fronte al nuovo. Il sistema immane dei “teatri nazionali”, criticato da quasi tutti quelli che il teatro lo fanno per davvero, infatti, sega le gambe a chi fa teatro “tradizionale” (che ha l’incubo del successo e dello sbigliettamento) e impedisce il sorgere di nuove realtà teatrali (a che pro, se i soldi finiscono tutti nell’imbuto dei “nazionali”?).

L’ansia dell’attuale attività teatrale è quella di “fare numeri”, non certo di tentare l’assoluto della qualità. Nello specifico, chi è fuori dal circuito Ert è finito, restano, in Romagna, le realtà “acchiappatutto” Accademia Perduta e Ravenna Teatro: il rischio è che al di là del “tempio” teatrale ci sia solo la catacomba.

Lo sa bene chi frequenta circuiti teatrali altri, ancora autentici e ingenui: una manciata di spettatori assistono a spettacoli costruiti con dedizione, intelligenza e sapienza artigiana. Messi su da attori che fanno, letteralmente, la fame. Un sistema teatrale così dispari non è certo un bene, ci guadagna solo chi ha amicizie altolocate nelle amministrazioni civiche. Il resto (cioè il teatro vero, in direzione ostinata e contraria) muore. Un paio di esempi diversi ci fanno capire bene la situazione. Il Valdoca, faro cesenate del teatro “di ricerca”, rifiuta il finanziamento pubblico, perché vuole avere, direbbe Santa Chiara, il “privilegio della povertà”, cioè la libertà di creare come gli pare. Bravi. D’altro lato, l’Associazione Riccione Teatro perde da quest’anno i soldi del Ministero. Un danno irreparabile, che potrebbe costare il posto a una delle due dipendenti. Che una attività di studio e di ricerca drammaturgica sia esclusa dai finanziamenti statali è davvero grottesco.

(d.b.)