Reportage

Nel sacrario della “Gambalunga”

A Rimini, nel 1619, nacque la prima Biblioteca civica d’Italia. Gita tra rarità assolute e audaci eruditi

Nel sacrario della “Gambalunga”
| Altro
N. Commenti 0

11/febbraio/2016 - h. 16.22

Partiamo dal primato. «Non c’è dubbio che la “Gambalunga” sia la prima Biblioteca davvero civica d’Italia». Cosa lo dimostra? «Il testamento. Rogato a Pesaro, nel 1617, presso il notaio Simone Rossi. In esso Alessandro Gambalunga lascia la sua Biblioteca, posta nel proprio palazzo, all’amministrazione comunale e “a tutti li altri della città che volessero per tempo nelle [...] stanze di detta mia casa andarsene a servire”. E non basta. Il Gambalunga cura in ogni dettaglio la sua “creatura” prediletta: stabilisce la cifra di 300 scudi annui per incremento, legatura e restauro dei libri; stima in 50 scudi lo stipendio di un bibliotecario, che dovrà essere “persona di lettere idonea et atta”». Paola Delbianco, responsabile dei fondi antichi della “Gambalunghiana”, danza nelle vaste, consecutive aule della Biblioteca, dove le parole vengono degustate dagli scaffali. Guarda verso il vuoto e sorride. Sembra saper dialogare con i morti.

Umanista e affarista. Prima della brandina e del solleone, dunque, a Rimini ci si sollazzava in biblioteca, a curare la mente più che ad abbronzarsi. «Gambalunga era un uomo d’affari, eppure si faceva vanto di essersi laureato a Bologna, in diritto civile e canonico. Commerciava in ferro e laterizi, aveva diversi possedimenti, sappiamo che intratteneva rapporti con il Ducato di Urbino». Una parte importante del suo patrimonio questo bizzarro «umanista e affarista» la investe in libri. Sono ancora lì, straordinari, nell’aula più remota della Biblioteca. «I libri del Gambalunga si riconoscono per la “legatura alle armi”», mi dice la Delbianco, «cioè con lo stemma impresso sul dorso e la proprietà sul retro». Eccola lì, la gamba enorme, mozza, circondata dagli ornamenti. Gambalunga muore il 12 agosto del 1619; il 17 novembre del 1620 Michele Moretti, il primo, leggendario bibliotecario, licenzia l’inventario: 1438 volumi, per quasi 2mila opere.

Gita tra le costellazioni. Oggi la Biblioteca ha circa 300mila volumi, il meglio è raccolto nelle Sale Antiche. Paola Delbianco danza tra le sale, riconosce libri dalla “costa”, mi spiega come si riconoscono le provenienze, i passaggi di proprietà, prima dell’approdo in Biblioteca. Nella sala nobile, tra i volumi dell’“Encyclopédie” di Didierot e D'Alembert e un esemplare superbo della “Bibbia poliglotta di Anversa”, stampata da tipografo Christophe Plantin nel XVI secolo, per desiderio del “cattolicissimo” Filippo II, con il testo ebraico che si specchia nella versione latina, greca, aramaica e siriaca (come a dire, il sacro e il profano...), due mappamondi. «Anche i globi erano prodotti tipografici, eccelsi. Questi furono acquisiti da Michele Moretti, composti ad Amsterdam da Guglielmo Bleau, allievo dell’astronomo Tycho Brahe». Il primo è un globo celeste, con stupefacenti disegni delle costellazioni, costruito nel 1640; l’altro, del 1622, raffigura il nostro pianeta. Non faccio in tempo ad ammirare il mappamondo che la Dalbianco s’infila in uno scaffale, squaderna un gigantesco volume del “Theatrum Orbis Terrarum”, «stampato nel 1640 dal figlio di Guglielmo, Joan Blaeu», di una precisione agghiacciante.

Nella stanza dei segreti. Sono un uomo rustico perciò chiedo all’esperta di mostrarmi i “pezzi forti”. «Intanto, c’è il Dante “Gradenighiano”», cioè una rara edizione della Commedia, compilata intorno al 1380 «e corredata da un commento del nobile veneziano Giacomo Gradenigo». Una rarità riprodotta recentemente in facsimile efficacissimo dalla casa editrice Imago. Poi occorre spostarsi dalle oceaniche stanze nobili a uno stanzino, adiacente alla direzione. In un armadio di metallo, i manoscritti. Il “De re militari” di Roberto Valturio composto nel 1472 da Giovanni da Verona, con le illustrazioni delle macchine da guerra, ripassate in acquerello, che ora, seicento e passa anni dopo, è uno sgargiante arancione, un verde pistacchio. Tra le mani mi scorre il “Passionario” riminese del XII secolo, la “Vita di Federico da Montefeltro” di Vespasiano da Bisticci, della fine del Quattrocento (nella miniatura il condottiero non ha il tipico naso segato ritratto da Piero della Francesca), un mirabile codice dei “Trionfi” di Petrarca, la “Regalis Historia” della fine del Trecento, compilata per Carlo Malatesta da uno sconosciuto frate Leonardo che si ritrae nel primo capolettera, dove il copista ci guarda, sulla seggiola, con il leone istoriato nel fianco.

Cardinali, scienziati, antigesuiti. La grandezza della “Gambalunga” «è tutta merito di bibliotecari illustri e illuminati», mi dice la Delbianco. Uno di questi ispirati fu Giovanni Bianchi, «scienziato ed erudito» vissuto nel Settecento, amico di Voltaire, che alleva personaggi come Giovanni Amaduzzi, abate che suggerì a papa Ganganelli la bolla di soppressione dell’ordine dei Gesuiti e Giuseppe Garampi, amico del Muratori, cardinale, prefetto dell’Archivio Vaticano, nunzio a Vienna, che partì come vice bibliotecario alla “Gambalunga” e alla sua Biblioteca donò parecchi codici. Una tradizione, quella dei bibliotecari di platino, che continua nel Novecento, con Aldo Francesco Massera (autore per Zanichelli di una edizione definitiva dei sonetti di Cecco Angiolieri e per Laterza della prima edizione del “Decamerone”), con Piero Meldini (che ha disseminato la sua sapienza bibliotecaria nei romanzi editi da Adelphi e Mondadori), interrompendosi bruscamente con il nuovo millennio: dal 2009 la “Gambalunga” manca di un bibliotecario. D’altronde, è impensabile una politica di acquisizioni («con i soldi che abbiamo, facciamo fatica a star dietro al contemporaneo»), e le fondazioni bancarie, quando offrono aiuto economico, poi tengono le squisitezze bibliografiche nei caveau («succede anche questo, ma speriamo di consolidare il rapporto fiduciario»). Non resta che fare un valzer tra le silenziose, severe stanze della “Gambalunga” redigendo la storia dei fasti che furono.

Davide Brullo