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Nuvole sacre

“Gian Bellino”. Il più grande innovatore della storia dell’arte ha portato la Romagna nella modernità

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09/dicembre/2016 - h. 02.20

Uno sketch dice più di molti sofismi. «Siamo nel 1513, chiesa di san Giovanni Crisostomo a Venezia, Giovanni Bellini ha più di settant’anni. Per gioco ho inviato ad alcuni studiosi amici un primo piano del San Cristoforo dipinto da Bellini, dichiarando di aver rinvenuto quel ritratto anonimo e di non saperlo datare. Beh, in molti mi hanno detto che si trattava del tocco di un artista del tardo Ottocento se non del Novecento». Sketch superbo, questo, proposto da Giovanni Carlo Federico Villa nella Sala del Giudizio del Museo civico di Rimini, martedì sera, invitato dai Rotary locali, il ‘Riviera’ (guidato da Demis Diotallevi) e il ‘Rimini’ (guidato dall’ex Sindaco della città Alberto Ravaioli), per far luce sul capolavoro ‘riminese’ del Bellini, il “Cristo morto sorretto da quattro angeli”, tavola del 1475. Il tutto per dire che Bellini è stato «il più grande, il più rivoluzionario tra i pittori occidentale», passato dall’imitazione del padre, Jacopo, all’influenza di Mantegna e di Antonello da Messina, dalla compostezza bizantina, dal tratto analitico, ‘fisiologico’, al tratteggio, quasi astratto, per ombre e per colori, «prefigurando Giorgione e Tiziano, il primo grande pittore ‘europeo’. Ditemi quali altri pittori nella storia hanno avuto la forza di compiere una rivoluzione artistica ogni dieci anni? Picasso, forse?». 
Agli occhi di Villa, la grandezza di Bellini si ravvisa nei particolari naturalistici, di limpidezza ‘fiamminga’: nel “San Francesco” di New York, per dire, è lo «spettacolare racconto della natura» a confonderci, la straordinaria precisione
con cui il veneziano raffigura il portico rude, legno per legno, le erbe che sbucano dai roccioni, le nuvole, magnetiche. «Bellini è il primo pittore che ha dipinto le nuvole», ci spiega Villa, «il primo che è riuscito, in modo sublime, a congiungere l’atto sacro in un contesto naturale, basti guardare al “Battesimo di Cristo” conservato a Santa Corona in Vicenza». Insomma, Bellini è il pittore delle sommità e delle rocche, che sa distillare il sacro dal profano e a rendere sacri i personaggi sullo sfondo, i conigli, gli asini, gli atti di una quotidianità distante dal rito, dal tragico.
Come lui nessuno mai. A ‘scortare’ Villa, tra i massimi esperti nel pianeta di Bellini e nel comitato scientifico delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di questo titano, Massimo Pulini e Alessandro Giovanardi, già protagonisti di una mostra riminese, nel 2012, dedicata agli “Angeli della Pietà”, cioè alla tavola custodita nel Museo civico. Pulini ci fa riflettere, accostandosi «quasi con timore reverenziale» alla commovente “Pietà” belliniana, che intorno a quel quadro, siamo nel 1475, sostanzialmente non c’era nulla, «Leonardo era ancora a bottega dal Verrocchio, e Botticelli, che appare quasi come un confronto inevitabile, in verità, non ha fatto ancora quasi nulla, la sua “Venere” era ancora di là da venire». Riconoscendo nell’opera d’arte, sempre, «un atto critico», Pulini ravvisa, nell’opera ‘riminese’, il confronto con il bassorilievo antico, nella «misura classica, aurea, “omerica” del corpo del Cristo, che pare una corazza di cuoio, che ha già una pienezza protoraffaellesca. Solo che Raffaello a quell’epoca non era ancora nato...». 
Il prodigio di Bellini, in cui il sacro si tempera con l’osservazione della natura
delle cose, quasi compulsiva (Pulini, con l’aiuto del direttore del Museo delle scienze naturali di Ferrara, ha scoperto che a far da prototipo «alle ali degli angeli che circondano il Cristo di Rimini sono in un caso le cinciarelle e nell’altro le ghiandaie»), sta anche (e qui entra in causa lo studioso di feticci
sacri, Giovanardi) nella capacità di interpretare il sacro, «d’altronde si definì sempre “pittore di icone”». Per questo, ragionando sulla possanza simbolica della tavola, Giovanardi intende l’opera di Rimini come un archetipo eucaristico, la probabile parte bassa di un “paliotto”. Il punto sta nel rapporto
costante che Bellini intesse con il Tempio Malatestiano, con i putti e i rilievi di Agostino di Duccio, «resto dell’idea», dice Pulini, «che il tardo “Bacco fanciullo” della National Gallery of Art di Washington risenta ancora, alcuni decenni dopo, dell’opera scultorea di Agostino di Duccio». Bellini fu una rivoluzione nella storia dell’arte Italia e una granata scagliata in faccia alla Romagna: se contiamo la lista degli allievi da Rimini, da Forlì e da Ravenna, al seguito del grande veneziano, possiamo dire che è grazie al “Gian Bellino” che la nostra terra esce dalle pastoie dell’antichità, fuggendo verso il contemporaneo. 
(d.b.)
Uno sketch dice più di molti sofismi. «Siamo nel 1513, chiesa di san Giovanni Crisostomo a Venezia, Giovanni Bellini ha più di settant’anni. Per gioco ho inviato ad alcuni studiosi amici un primo piano del San Cristoforo dipinto da Bellini, dichiarando di aver rinvenuto quel ritratto anonimo e di non saperlo datare. Beh, in molti mi hanno detto che si trattava del tocco di un artista del tardo Ottocento se non del Novecento». Sketch superbo, questo, proposto da Giovanni Carlo Federico Villa nella Sala del Giudizio del Museo civico di Rimini, martedì sera, invitato dai Rotary locali, il ‘Riviera’ (guidato da Demis Diotallevi) e il ‘Rimini’ (guidato dall’ex Sindaco della città Alberto Ravaioli), per far luce sul capolavoro ‘riminese’ del Bellini, il “Cristo morto sorretto da quattro angeli”, tavola del 1475. Il tutto per dire che Bellini è stato «il più grande, il più rivoluzionario tra i pittori occidentale», passato dall’imitazione del padre, Jacopo, all’influenza di Mantegna e di Antonello da Messina, dalla compostezza bizantina, dal tratto analitico, ‘fisiologico’, al tratteggio, quasi astratto, per ombre e per colori, «prefigurando Giorgione e Tiziano, il primo grande pittore ‘europeo’. Ditemi quali altri pittori nella storia hanno avuto la forza di compiere una rivoluzione artistica ogni dieci anni? Picasso, forse?». 

Agli occhi di Villa, la grandezza di Bellini si ravvisa nei particolari naturalistici, di limpidezza ‘fiamminga’: nel “San Francesco” di New York, per dire, è lo «spettacolare racconto della natura» a confonderci, la straordinaria precisione con cui il veneziano raffigura il portico rude, legno per legno, le erbe che sbucano dai roccioni, le nuvole, magnetiche. «Bellini è il primo pittore che ha dipinto le nuvole», ci spiega Villa, «il primo che è riuscito, in modo sublime, a congiungere l’atto sacro in un contesto naturale, basti guardare al “Battesimo di Cristo” conservato a Santa Corona in Vicenza». Insomma, Bellini è il pittore delle sommità e delle rocche, che sa distillare il sacro dal profano e a rendere sacri i personaggi sullo sfondo, i conigli, gli asini, gli atti di una quotidianità distante dal rito, dal tragico.

Come lui nessuno mai. A ‘scortare’ Villa, tra i massimi esperti nel pianeta di Bellini e nel comitato scientifico delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di questo titano, Massimo Pulini e Alessandro Giovanardi, già protagonisti di una mostra riminese, nel 2012, dedicata agli “Angeli della Pietà”, cioè alla tavola custodita nel Museo civico. Pulini ci fa riflettere, accostandosi «quasi con timore reverenziale» alla commovente “Pietà” belliniana, che intorno a quel quadro, siamo nel 1475, sostanzialmente non c’era nulla, «Leonardo era ancora a bottega dal Verrocchio, e Botticelli, che appare quasi come un confronto inevitabile, in verità, non ha fatto ancora quasi nulla, la sua “Venere” era ancora di là da venire». Riconoscendo nell’opera d’arte, sempre, «un atto critico», Pulini ravvisa, nell’opera ‘riminese’, il confronto con il bassorilievo antico, nella «misura classica, aurea, “omerica” del corpo del Cristo, che pare una corazza di cuoio, che ha già una pienezza protoraffaellesca. Solo che Raffaello a quell’epoca non era ancora nato...». 

Il prodigio di Bellini, in cui il sacro si tempera con l’osservazione della naturadelle cose, quasi compulsiva (Pulini, con l’aiuto del direttore del Museo delle scienze naturali di Ferrara, ha scoperto che a far da prototipo «alle ali degli angeli che circondano il Cristo di Rimini sono in un caso le cinciarelle e nell’altro le ghiandaie»), sta anche (e qui entra in causa lo studioso di feticcisacri, Giovanardi) nella capacità di interpretare il sacro, «d’altronde si definì sempre “pittore di icone”». Per questo, ragionando sulla possanza simbolica della tavola, Giovanardi intende l’opera di Rimini come un archetipo eucaristico, la probabile parte bassa di un “paliotto”. Il punto sta nel rapportocostante che Bellini intesse con il Tempio Malatestiano, con i putti e i rilievi di Agostino di Duccio, «resto dell’idea», dice Pulini, «che il tardo “Bacco fanciullo” della National Gallery of Art di Washington risenta ancora, alcuni decenni dopo, dell’opera scultorea di Agostino di Duccio». Bellini fu una rivoluzione nella storia dell’arte Italia e una granata scagliata in faccia alla Romagna: se contiamo la lista degli allievi da Rimini, da Forlì e da Ravenna, al seguito del grande veneziano, possiamo dire che è grazie al “Gian Bellino” che la nostra terra esce dalle pastoie dell’antichità, fuggendo verso il contemporaneo. 

(d.b.)