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Ballo in maschera

Torna all’Alighieri di Ravenna l’opera di Verdi. Il libretto è di Antonio Somma, avvocato con velleità letterarie

Ballo in maschera
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10/gennaio/2017 - h. 03.30

 

Questa sera alle ore 20,30 ritorna al Teatro Alighieri “Un ballo in maschera”,
opera di Giuseppe Verdi del 1859 su libretto di Antonio Somma ispirato a “Le balle masqué” di Scribe, già consacrata ieri dal tutto esaurito al debutto della
stagione teatrale d’opera 2016-2017 organizzata dalla Fondazione Ravenna
Manifestazioni. Il nuovo allestimento in coproduzione Fondazione Teatro di
Piacenza, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Comunale di Ferrara, ha la regia di Leo Nucci che da qualche anno convoglia nella preparazione di
giovani talenti canori e nell’allestimento di opere la sua esperienza ultracinquantennale di baritono nei maggiori teatri mondiali.
Due cast di giovani e valenti interpreti si alternano sulla scena, il direttore
d’orchestra è il navigato M° Donato Renzetti e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati dà voce al popolo verdiano muovendosi con perizia attoriale. I primi contatti di Verdi con Somma, avvocato con velleità letterarie, avvennero nel 1853, obiettivo mettere in scena Re Lear, sogno shakespeariano rimasto nel cassetto. Il “Ballo” superò gli ostacoli della
censura quando Verdi abbandonò re Gustavo III di Svezia a favore di un meno disturbante governatore americano lasciando la scena del sorteggio considerata immorale, ma Verdi sapeva mediare dove necessario e difendere le proprie posizioni irrinunciabili.
La vicenda è anticipata interamente dal preludio di tre minuti e mezzo che, come ha sottolineato il giornalista e musicologo Gianfranco Landini presentando l’opera, riassume musicalmente le parti salienti e i caratteri dei protagonisti: una sorta di colonna sonora che prende vita con lentezza ricercata, lieve e salottiera, come scandita dai rintocchi di un antico orologio a pendolo, per accelerare mano a mano che verità celate dietro maschere più o meno reali vengono alla luce, dalla profezia a ciò che è negato anche nel proprio stesso intimo, espressi da sonorità misteriose e inquietanti che esplodono nella passione non più taciuta fra Amelia, moglie e madre, e il
governatore Riccardo, nello sfregio intimo e pubblico di Renato, marito della donna e amico fraterno del regnante, nel tema del complotto, e poi la musica corre verso l’epilogo tragico e immeritato che condanna chi ha già rinunciato a un amore moralmente e socialmente esecrabile.
Non so come un film svilupperebbe oggi questa trama, certamente non
potrebbe farlo meglio di questa partitura capace di rinnovarsi a ogni nuova rapprentazione. Mentre un film rimane per sempre inesorabilmente uguale a se stesso e deve essere di qualità assolutamente superiore per continuare a sorprendere o quantomeno a non deludere o annoiare lo spettatore, l’opera è
sempre “altro da sé”, riproponendosi identica nella partitura ma con forme e
suggestioni diverse, nel “qui e ora” del teatro che risucchia lo spettatore
nell’azione, che qui è davvero una sorta di vortice. Perciò si può assistere
alla stessa opera più volte ed è sempre una esperienza unica e irripetibile.
Provare per credere, lo scrivo per i giovani che talvolta, e non certo per loro responsabilità, ignorano un linguaggio che è la somma di tante arti
prodromico al musical che oggi va tanto di moda, e costituisce un vanto
italiano nel mondo. Nel “Ballo” ci sono tutti gli elementi per affascinare il pubblico: la profezia di una veggente, un orrido campo notturno in cui si
rivelano verità negate anche a se stessi, un amore che esplode in un’aria tessuta con le note del cuore, un grande ballo mascherato su cui incombe il dramma temperato dai trilli gioiosi del valletto Oscar, soprano-folletto en travesti, e la maga Ulrica che dalla profondità del suo antro sfodera voce da contralto, forse due omaggi a Rossini. 
Nel repertorio verdiano il “Ballo” è una tappa della costante ricerca vocale di
Verdi, giocato sul tema del conflitto fra amore e potere che porterà il governatore a soffocare i propri sentimenti. Il potere temporale, come Verdi ci ha mostrato più nelle sue opere, non preserva dalle passioni che arrivano a tradimento devastando interiorità e relazioni, e nessuno meglio del compositore bussetano ha saputo “scavare a fondo i caratteri e il contesto, manifestando umana empatia per le debolezze umane”, come ha scritto Massimo Mila, uno dei suoi massimi studiosi. Verdi cavalca la tempesta dei sentimenti con arie indimenticabili come “Re dell’abisso, affrettati, Ecco l’orrido campo, Teco io sto, il duetto fra Riccardo e Amelia, Eri tu che macchiavi quell’anima ( Renato atto III), Morrò, ma prima in grazia, Ma se m’è forza perderti, Saper vorreste (Oscar atto III) e il quintetto che è una pagina di musica straordinaria.
Spalanchiamo dunque gli occhi al piacere della visione di questo “Ballo” originale ma in linea con la tradizione, con le scene di Carlo Centolavigna e i
costumi di quel mago del teatro contemporaneo, erede della grande tradizione italiana, che è Artemio Cabassi, preparandoci ai prossimi piaceri annunciati: La Cenerentola ossia la bontà in trionfo di Gioachino Rossini (17 febbraio e 19 febbraio), con scene e costumi ispirate ai bozzetti di Lele Luzzati, geniale insuperabile artista genovese, e “Così fan tutte ossia La Scuola degli amanti di Wolfgang Amadeus Mozart (3 marzo e 5 marzo), con scenografia e costumi dei premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Essi rivelano l’incanto dell’opera - patrimonio “immateriale” dell’umanità che affonda nella nostra penisola le migliori e più profonde radici, compreso Mozart che dal viaggio in Italia trasse non pochi spunti.
Attilia Tartagni
Questa sera alle ore 20,30 ritorna al Teatro Alighieri “Un ballo in maschera”,opera di Giuseppe Verdi del 1859 su libretto di Antonio Somma ispirato a “Le balle masqué” di Scribe, già consacrata dal tutto esaurito al debutto della stagione teatrale d’opera 2016-2017 organizzata dalla Fondazione Ravenna Manifestazioni. Il nuovo allestimento in coproduzione Fondazione Teatro di Piacenza, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Comunale di Ferrara, ha la regia di Leo Nucci che da qualche anno convoglia nella preparazione digiovani talenti canori e nell’allestimento di opere la sua esperienza ultracinquantennale di baritono nei maggiori teatri mondiali.

 

Due cast di giovani e valenti interpreti si alternano sulla scena, il direttored’orchestra è il navigato M° Donato Renzetti e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati dà voce al popolo verdiano muovendosi con perizia attoriale. I primi contatti di Verdi con Somma, avvocato con velleità letterarie, avvennero nel 1853, obiettivo mettere in scena Re Lear, sogno shakespeariano rimasto nel cassetto. Il “Ballo” superò gli ostacoli dellacensura quando Verdi abbandonò re Gustavo III di Svezia a favore di un meno disturbante governatore americano lasciando la scena del sorteggio considerata immorale, ma Verdi sapeva mediare dove necessario e difendere le proprie posizioni irrinunciabili.

La vicenda è anticipata interamente dal preludio di tre minuti e mezzo che, come ha sottolineato il giornalista e musicologo Gianfranco Landini presentando l’opera, riassume musicalmente le parti salienti e i caratteri dei protagonisti: una sorta di colonna sonora che prende vita con lentezza ricercata, lieve e salottiera, come scandita dai rintocchi di un antico orologio a pendolo, per accelerare mano a mano che verità celate dietro maschere più o meno reali vengono alla luce, dalla profezia a ciò che è negato anche nel proprio stesso intimo, espressi da sonorità misteriose e inquietanti che esplodono nella passione non più taciuta fra Amelia, moglie e madre, e il governatore Riccardo, nello sfregio intimo e pubblico di Renato, marito della donna e amico fraterno del regnante, nel tema del complotto, e poi la musica corre verso l’epilogo tragico e immeritato che condanna chi ha già rinunciato a un amore moralmente e socialmente esecrabile.

Non so come un film svilupperebbe oggi questa trama, certamente nonpotrebbe farlo meglio di questa partitura capace di rinnovarsi a ogni nuova rapprentazione. Mentre un film rimane per sempre inesorabilmente uguale a se stesso e deve essere di qualità assolutamente superiore per continuare a sorprendere o quantomeno a non deludere o annoiare lo spettatore, l’opera èsempre “altro da sé”, riproponendosi identica nella partitura ma con forme esuggestioni diverse, nel “qui e ora” del teatro che risucchia lo spettatorenell’azione, che qui è davvero una sorta di vortice. Perciò si può assisterealla stessa opera più volte ed è sempre una esperienza unica e irripetibile.

Provare per credere, lo scrivo per i giovani che talvolta, e non certo per loro responsabilità, ignorano un linguaggio che è la somma di tante artiprodromico al musical che oggi va tanto di moda, e costituisce un vantoitaliano nel mondo. Nel “Ballo” ci sono tutti gli elementi per affascinare il pubblico: la profezia di una veggente, un orrido campo notturno in cui sirivelano verità negate anche a se stessi, un amore che esplode in un’aria tessuta con le note del cuore, un grande ballo mascherato su cui incombe il dramma temperato dai trilli gioiosi del valletto Oscar, soprano-folletto en travesti, e la maga Ulrica che dalla profondità del suo antro sfodera voce da contralto, forse due omaggi a Rossini. 

Nel repertorio verdiano il “Ballo” è una tappa della costante ricerca vocale di Verdi, giocato sul tema del conflitto fra amore e potere che porterà il governatore a soffocare i propri sentimenti. Il potere temporale, come Verdi ci ha mostrato più nelle sue opere, non preserva dalle passioni che arrivano a tradimento devastando interiorità e relazioni, e nessuno meglio del compositore bussetano ha saputo “scavare a fondo i caratteri e il contesto, manifestando umana empatia per le debolezze umane”, come ha scritto Massimo Mila, uno dei suoi massimi studiosi. Verdi cavalca la tempesta dei sentimenti con arie indimenticabili come “Re dell’abisso, affrettati, Ecco l’orrido campo, Teco io sto, il duetto fra Riccardo e Amelia, Eri tu che macchiavi quell’anima ( Renato atto III), Morrò, ma prima in grazia, Ma se m’è forza perderti, Saper vorreste (Oscar atto III) e il quintetto che è una pagina di musica straordinaria.

Spalanchiamo dunque gli occhi al piacere della visione di questo “Ballo” originale ma in linea con la tradizione, con le scene di Carlo Centolavigna e i costumi di quel mago del teatro contemporaneo, erede della grande tradizione italiana, che è Artemio Cabassi, preparandoci ai prossimi piaceri annunciati: La Cenerentola ossia la bontà in trionfo di Gioachino Rossini (17 febbraio e 19 febbraio), con scene e costumi ispirate ai bozzetti di Lele Luzzati, geniale insuperabile artista genovese, e “Così fan tutte ossia La Scuola degli amanti di Wolfgang Amadeus Mozart (3 marzo e 5 marzo), con scenografia e costumi dei premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Essi rivelano l’incanto dell’opera - patrimonio “immateriale” dell’umanità che affonda nella nostra penisola le migliori e più profonde radici, compreso Mozart che dal viaggio in Italia trasse non pochi spunti.

Attilia Tartagni