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L’amante del Duce tenta di sedurre Panzini

Piero Meldini scopre a Bellaria l’epistolario di Margherita Sarfatti 50 lettere dall’autrice del best seller “Dux”

L’amante del Duce tenta di sedurre Panzini
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23/febbraio/2017 - h. 02.49

Anno di grazia 1947. Margherita Sarfatti fa ritorno in Italia dopo il doveroso esilio. Nel 1938 è vittima delle leggi razziali: lavorò come giornalista a Montevideo. La sorella, Nella, restò nel Belpaese pavesato di tenebre: fu deportata ad Auschwitz e lì perì. Sulla Sarfatti, figlia di ricchi ebrei veneziani, si son sprecati litri d’inchiostro: un testo di Roberto Festorazzi, del 2010, porta un sottotitolo riassuntivo, La donna che inventò Mussolini. Eccesso di retorica. Vero è che la Sarfatti, socialista convinta, conobbe Benito Mussolini nel 1912 e fu subito intesa d’amorosi sensi e intelletti.
Nel 1922 la Sarfatti diventa la direttrice editoriale di Gerarchia, rivista fascista fondata dal Duce, è la teorica del gruppo “Novecento” (moto artistico che conta Mario Sironi, Schille Funi, Pietro Marussing, ma pure Giò Ponti e Paolo Mezzanotte, tra i tanti), nel 1925 scrive l’agiografia del ‘Mascelluto’, che passa in Inghilterra come The Life of Benito Mussolini e in Italia, per Mondadori, come Dux. 17 edizioni, tradotto in 18 lingue, è un best seller che fa della Sarfatti l’autrice di punta dell’era fascista. Prima, appunto, della disastrosa
alleanza con Hitler (a cui la Sarfatti si oppone) e della comparsa di Claretta Petacci, che la sostituisce nel parterre delle voglie del Duce. 
Ora, grazie a Piero Meldini, insigne romanziere di Rimini, scopriamo Le
lettere della Sarfatti a Panzini, che giacciono nella Biblioteca Comunale di Bellaria-Igea Marina. Lo scrittore riminese ci offre un succoso assaggio dell’epistolario, piuttosto nutrito (sono 51 le lettere della Sarfatti a Panzini, la prima del 31 marzo 1915), in un articolo pubblicato su la Biblioteca di via Senato (Gennaio, 2017). Con Panzini, Margherita firma il “Manifesto degli intellettuali fascisti”, nel 1925, e a lui, riverito con epiteti bizzosi («brontolone e ingrato»; «poliedrico uomo ed egocentrico»; «fiera carogna»; «corrosivo sublimato»; «mandarino delicato e sornione»), si rivolge tentandolo all’affinità intellettuale. 
Il gioco le riesce poco, dacché Panzini non abbocca. Ma le lettere, lette in controluce, con il binocolo di Meldini, sono stuzzicanti: la Sarfatti parla del
«mondo del subcoscente, grande, oscuro enigma», citando Freud, James
Joyce e Marcel Proust; va in estasi per La sventurata Irmida, pubblicato da Panzini nel 1932 («una delle sue cose più belle. Piena di pathos e di gentilezza, che nasconde profonde verità»). L’ultima lettera della Sarfatti è del 1936, ed è una rampogna all’isolamento di Panzini: «lei ha torto di stare tanto in campagna. A furia di vivere in solitudine, o con i suoi cari, o con i contadini, è troppo soddisfatto di sé. [...] La sua penna diviene troppo ben pasciuta, compiaciuta e contentabile, invece di essere puntuta e affamata». Nel 1955 la Sarfatti firma una autobiografia, Acqua passata, che manda in oblio il Fascismo. In effetti, «sono decine gli scrittori ricordati», ma Panzini manca.
«Forse la Sarfatti non è riuscita a isolarlo dalla foto di gruppo del ventennio
censurato», chiosa Meldini.
Anno di grazia 1947. Margherita Sarfatti fa ritorno in Italia dopo il doveroso esilio. Nel 1938 è vittima delle leggi razziali: lavorò come giornalista a Montevideo. La sorella, Nella, restò nel Belpaese pavesato di tenebre: fu deportata ad Auschwitz e lì perì. Sulla Sarfatti, figlia di ricchi ebrei veneziani, si son sprecati litri d’inchiostro: un testo di Roberto Festorazzi, del 2010, porta un sottotitolo riassuntivo, La donna che inventò Mussolini. Eccesso di retorica. Vero è che la Sarfatti, socialista convinta, conobbe Benito Mussolini nel 1912 e fu subito intesa d’amorosi sensi e intelletti.

Nel 1922 la Sarfatti diventa la direttrice editoriale di Gerarchia, rivista fascista fondata dal Duce, è la teorica del gruppo “Novecento” (moto artistico che conta Mario Sironi, Schille Funi, Pietro Marussing, ma pure Giò Ponti e Paolo Mezzanotte, tra i tanti), nel 1925 scrive l’agiografia del ‘Mascelluto’, che passa in Inghilterra come The Life of Benito Mussolini e in Italia, per Mondadori, come Dux. 17 edizioni, tradotto in 18 lingue, è un best seller che fa della Sarfatti l’autrice di punta dell’era fascista. Prima, appunto, della disastrosaalleanza con Hitler (a cui la Sarfatti si oppone) e della comparsa di Claretta Petacci, che la sostituisce nel parterre delle voglie del Duce. 

Ora, grazie a Piero Meldini, insigne romanziere di Rimini, scopriamo Le lettere della Sarfatti a Panzini, che giacciono nella Biblioteca Comunale di Bellaria-Igea Marina. Lo scrittore riminese ci offre un succoso assaggio dell’epistolario, piuttosto nutrito (sono 51 le lettere della Sarfatti a Panzini, la prima del 31 marzo 1915), in un articolo pubblicato su la Biblioteca di via Senato (Gennaio, 2017). Con Panzini, Margherita firma il “Manifesto degli intellettuali fascisti”, nel 1925, e a lui, riverito con epiteti bizzosi («brontolone e ingrato»; «poliedrico uomo ed egocentrico»; «fiera carogna»; «corrosivo sublimato»; «mandarino delicato e sornione»), si rivolge tentandolo all’affinità intellettuale. 

Il gioco le riesce poco, dacché Panzini non abbocca. Ma le lettere, lette in controluce, con il binocolo di Meldini, sono stuzzicanti: la Sarfatti parla del «mondo del subcoscente, grande, oscuro enigma», citando Freud, James Joyce e Marcel Proust; va in estasi per La sventurata Irmida, pubblicato da Panzini nel 1932 («una delle sue cose più belle. Piena di pathos e di gentilezza, che nasconde profonde verità»). L’ultima lettera della Sarfatti è del 1936, ed è una rampogna all’isolamento di Panzini: «lei ha torto di stare tanto in campagna. A furia di vivere in solitudine, o con i suoi cari, o con i contadini, è troppo soddisfatto di sé. [...] La sua penna diviene troppo ben pasciuta, compiaciuta e contentabile, invece di essere puntuta e affamata». Nel 1955 la Sarfatti firma una autobiografia, Acqua passata, che manda in oblio il Fascismo. In effetti, «sono decine gli scrittori ricordati», ma Panzini manca.«Forse la Sarfatti non è riuscita a isolarlo dalla foto di gruppo del ventenniocensurato», chiosa Meldini.