Forlì

Il ‘funerale’ della Camorra a Forlì

Il clan napoletano si era stabilito a Villafranca dove aveva acquistato terreni e aperto un allevamento equino

Il ‘funerale’ della Camorra a Forlì
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26/agosto/2015 - h. 15.46

A fornire la carrozza trainata da sei cavalli per il funerale a Roma del boss Vittorio Casamonica è stata l’impresa funebre napoletana “Cesarano”, già finita al centro di numerose inchieste per collegamenti con clan camorristici e per la gestione del monopolio sui funerali nell’area a nord di Napoli. I Cesarano, tra il 1985 e il 1993, avevano tentato di conquistare la Romagna e in particolare Forlì dove avevano aperto, tra Villanova e Villafranca, una scuderia di cavalli che si chiamava “San Raffaele Sebastiano”, società in nome collettivo di Cesarano Alfonso con sede sociale a Castellamare di Stabia.

Raffaele Sebastiano era il capostipite del clan, nato nel 1933 e alla sua morte gli eredi dedicarono a lui la scuderia. Oltre che avere fatto affari nel mondo equestre, i Cesarano hanno sempre lavorato nel “mercato del caro estinto” e una settimana fa hanno svolto il servizio in carrozza per le esequie di Vittorio Casamonica, il funerale romano che ha fatto tanto scalpore. Le loro imprese di pompe funebri controllavano tutta la zona del Napoletano e i Cesarano non davano la possibilità a eventuali concorrenti di svolgere la loro attività in quelle zone. Un vero e proprio monopolio conquistato con pestaggi, incendi, sequestri, atti intimidatori anche verso i clienti, parenti del defunto.

A Forlì erano arrivati in punta di piedi. Alfonso Cesarano, nato nel 1960, aveva acquistato un po’ alla volta, in maniera frazionata per non dare nell’occhio, dei terreni che si estendevano da Villafranca fino a via Del Braldo a Villanova, per 142mila metri quadrati. Qui a Forlì investirono quasi un miliardo di lire. Non solo. Alfonso Cesarano, in pieno centro a Faenza aveva aperto una immobiliare in società con dei romagnoli, usciti poco dopo ma sostituiti da un altro Cesarano, Attilio, all’epoca 30enne, che, nonostante fosse latitante per rapina, era entrato nell’immobiliare faentina. Il padre di Attilio e Alfonso, era Ciro Giovanni che risulta avere partecipato alle scorribande del clan “Nuvoletta”, uno fra i più spietati sodalizi criminali italiani. Con i Nuvoletta, il clan dei Cesarano faceva affari proprio nel mondo dei cavalli e degli appezzamenti di terreno. E non è escluso quindi che nell’affare di Forlì ci fosse il boss dei Nuvoletta, Lorenzo.

I camorristi arrivarono a Forlì nel 1985 per il business; non del caro estinto, settore in cui erano specializzati, ma per quello dei cavalli. Tre anni dopo, il primo intoppo; scoppiò il caso dei “cavalli gemelli”: era il trucco dello scambio dei purosangue da corsa che facevano guadagnare molti soldi ai loro proprietari nelle gare agli ippodromi. Compravano in Olanda un trottatore di 3 o 4 anni, capace di correre il chilometro in 1.18.

Lo si “sostituiva” con uno di due anni allevato a Villafranca che spariva, venduto senza certificato o, alla peggio, macellato. Meglio se il cavallo importato era baio senza segni di riconoscimento particolari. Si tatuava poi al labbro con lo stesso numero del cavallo scomparso. Se questo aveva segni particolari, non era un problema. Con l’azoto liquido che fa ricrescere il pelo bianco si disegnavano balzane e stelle di ogni forma. A questo punto il ‘quattro anni’ olandese ‘travestito’ da puledro italiano di due anni era pronto a scendere in pista. Con buone possibilità di vittoria o di piazzamento.

Nella stalla forlivese c’erano moltissimi cavalli con nomi altisonanti per l’epoca. Uno di questi, una femmina, si chiamava Gianna Nannini (la cantante amata da Alfonso Cesarano), ma c’era anche il purosangue Earn Dibs che da solo ha fruttato al clan oltre 163mila euro e a Montecatini gli dedicarono un premio ippico. A Forlì, i Cesarano, non riuscirono però a mettere le tende. Ci fu un’azione tenace della Polizia che gli fece terra bruciata intorno e furono costretti a rientrare alla loro base a Calvizzano di Napoli.

Il progetto di mettere le mani su Forlì si fermò nel 1993 quando, a fine maggio di quell’anno, una volante della Polizia della Questura di Forlì durante un controllo sulla Lughese fermò un tunisino in sella a un motorino che non era in regola col permesso di soggiorno. Questi dichiarò di lavorare in una scuderia. Nessuno prima aveva mai sentito parlare di una struttura del genere a Forlì. Invece esisteva, era la “San Raffaele Sebastiano” dei Cesarano che già allora organizzavano funerali con la carrozza trainata da cavalli, scelti tra i tanti della loro scuderia.

La società proprietaria della scuderia forlivese era composta da tutti membri della famiglia. Nella scuderia ci lavorava anche un veterinario di Ravenna che 19 anni prima era stato in carcere perché accusato di truffa. Le indagini della Polizia portarono a capire che la camorra era arrivata in Romagna. Fu chiesto anche all’autorità giudiziaria un sequestro dell’appezzamento di terreno di Villafranca ma il tribunale non potè firmare questo provvedimento perché ancora non esisteva il “sequestro preventivo”. Gli agenti della questura di Forlì cominciarono così a controllare quotidianamente la struttura che fu anche oggetto di un incendio doloso. I Cesarano sentirono il fiato sul collo e ben presto fecero armi e bagagli e tornarono nel napoletano non prima di rivendere i terreni nel giro di due o tre anni, a prezzi stracciati. Il braccio di ferro della Polizia ha evitato sicuramente il radicarsi di un clan che avrebbe spadroneggiato.

Raimondo Baldoni