Forlì

Liceale suicida, "processate i genitori"

Si lanciò dal tetto della scuola il 17 giugno del 2014. “In famiglia la chiamavano ‘persona disgustosa’”

Liceale suicida, "processate i genitori"
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13/febbraio/2016 - h. 13.33

Maltrattamenti in famiglia in concorso e istigazione al suicidio. Con queste accuse la Procura di Forlì ha chiesto il rinvio a giudizio per i genitori di Rosita Raffoni la giovane di 16 anni che il 17 giugno del 2014 si è uccisa gettandosi dal tetto del Liceo Classico “Morgagni” di Forlì. Secondo il procuratore Sergio Sottani e il sostituto Filippo Santangelo la ragazza che si è tolta la vita era costretta a vivere in uno stato di prostrazione e deprivazione affettiva. Le indagini svolte dai carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Forlì avrebbero ricostruito una situazione allucinante e trovato elementi schiaccianti che hanno portato a formulare le accuse. E ora la Procura chiede al giudice che vengano processati i genitori.

Il padre e la madre chiamavano la figlia “persona disgustosa”, accusandola di aver rovinato l’armonia famigliare. Un quadro fatto di maltrattamenti psicologici in famiglia, vessazioni e umiliazioni che andavano avanti da anni e che per Rosita erano diventate insopportabili. A quanto pare, da tempo la giovane aveva urlato ai suoi genitori tutta la sua disperazione, il suo desiderio di mettere fine ad una esistenza fatta principalmente di studio e pochi svaghi da adolescente. Lo aveva detto alla madre anche la sera prima della tragedia, alla fine dell’ennesimo litigio per un permesso negato. Allarme che però non sarebbe servito a far cambiare l’atteggiamento dei genitori. Da qui l’accusa di istigazione al suicidio.

Quello che è certo, è che la giovane, che aveva appena superato l’anno con la media del 9,75 e che progettava un viaggio studio di un anno in Cina (aveva una simpatia per un ragazzo cinese conosciuto a Forlì), quel gesto lo aveva premeditato e lo ha condotto con grande determinazione. Nella lettera che ha lasciato lo diceva chiaro: “So che da questa decisione non tornerò più indietro”. Aveva deciso il giorno. Aveva studiato il tragitto da compiere, con sopralluoghi e prove per capire come arrivare sul tetto da cui poi si è buttata. Il tetto della scuola che per lei era una seconda casa, il luogo che le era più familiare. Quel 17 giugno, l’allarme era partito intorno alle due del pomeriggio. La scuola era chiusa, il giorno dopo sarebbero cominciati gli esami di Maturità. Dal tennis club “Marconi”, che si affaccia sul cortile interno della scuola, era partita la chiamata al 112. Due donne avevano appena visto l’esile figura di Rosita cadere di schiena dal tetto dell’edificio.

La ragazza, che avrebbe compiuto 17 anni due mesi dopo e abitava a Fratta Terme nel comune di Bertinoro, era uscita di casa al mattino diretta al centro estivo della parrocchia di Bussecchio, quartiere di Forlì, dove, dopo la fine delle lezioni, aveva cominciato a fare la volontaria tra i bambini. Ma al centro non è mai arrivata. Molte ore prima di farla finita era già sul tetto della scuola. Era salita da una scala antincendio, disperata ma decisa. A far finire sotto inchiesta i genitori (la madre è insegnante, il padre non lavorava) era stata la lettera scritta dalla figlia e ritrovata nello zainetto sul tetto della scuola. Secondo gli inquirenti, si trattava di una denuncia vera e propria, lucida e circostanziata, che aveva subito fornito un quadro chiaro sulle motivazioni che avrebbero spinto la giovane, tra le più brillanti della scuola, a togliersi la vita.

Le successive indagini dei carabinieri avrebbero poi contribuito a delineare meglio il quadro. Gli inquirenti fecero anche una perquisizione a casa dei famigliari alla ricerca di elementi. Non fu solo quella drammatica lettera a far capire la situazione, ma anche un video choc con cui per oltre trenta minuti Rosita, sempre su quel tetto, aveva immortalato se stessa. La giovane mostrava il polso ferito e un coltello: un primo tentativo di suicidarsi tagliandosi le vene. Non era alterata, aveva la voce pacata e per mezz’ora ha raccontato la sua verità: quella di una ragazza che si sentiva imprigionata, per i continui divieti a uscire, vessata e umiliata da chi la vita gliel’aveva data. Senza libertà, quella libertà che voleva conquistare con una pagella da prima della classe: aveva chiuso l’anno scolastico con 9.75 di media. Così, con una denuncia implacabile, esprime la sua condanna per i genitori. Il suo è il racconto di un maltrattamento psicologico in famiglia, subito probabilmente per anni, che il 17 giugno del 2014 l’avrebbe spinta a farla finita.

Inutili infatti anche le ripetute minacce espresse ai genitori che si sarebbe suicidata. Immagini, voce e scritti. Poi Rosita aveva fatto quell’ultimo volo di schiena, senza scarpe, finito nel cortile del liceo sotto gli occhi impietriti di due donne, a quell’ora nel vicino Circolo tennis. Gli inquirenti non se la sono sentita di liquidare la morte di Rosita come un “corto circuito” della mente, il buio di un attimo, la lucida follia di una mattinata di giugno. La ragazza quel giorno doveva essere al Centro estivo nella parrocchia di Bussecchio dove la aspettavano i bambini e gli altri volontari: lì poteva andare e lo aveva scelto. Forse solo l’ultimo escamotage per liberarsi per sempre dalla prigione delle mura di casa. Prima di salire la scala di emergenza sul tetto del Liceo, aveva lasciato anche alcune lettere nelle buchette delle amiche: l’ultimo saluto, l’ennesima denuncia dell’insanabile conflitto con la famiglia.

Gli amici, che la conoscevano da tempo, lo avrebbero confermato agli inquirenti. Soltanto due giorni prima, la domenica, si era consumato l’ultimo litigio in casa. Pare che Rosita avesse subito “un processo” in famiglia: voleva un cellulare, un Iphone per connettersi con le sue amiche e il fidanzatino cinese, voleva fare un viaggio studio in Cina e con i suoi bellissimi voti sperava di essersi guadagnata la libertà e all’ennesimo no avrebbe manifestato ai genitori la volontà di suicidarsi. Per la Procura furono proprio i genitori a sfidarla a compiere quel gesto. Dopo la morte era stata lasciata nuda e senza vestiti nella cella frigorifera dell’obitorio, per giorni e poi cremata senza nemmeno l’ultimo saluto degli amici. Ora la parola passa al giudice per le udienze preliminari.