Forlì

Scudo fiscale, Pini condannato a un anno

Il parlamentare ritenuto colpevole per il caso dei soldi a San Marino, ma assolto da altri reati

Scudo fiscale, Pini condannato a un anno
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06/ottobre/2016 - h. 12.08

Condannato a un anno Gianluca Pini, il deputato leghista. Coimputato per la vicenda dello scudo fiscale anche il padre del parlamentare che è stato condannato a sette mesi. Assolto dai reati di evasione fiscale e di aver creato un’azienda per sottrarne un’altra dal fisco. Pena sospesa per entrambi. La sentenza è stata emessa ieri dal giudice Di Giorgio del Tribunale di Forlì, pm Filippo Santangelo. 
Il giudice ha disposto anche la confisca di 400mila euro. Quei soldi erano quelli dello scudo fiscale al quale l’onorevole aveva aderito per riportarli in Italia da San Marino. Gianluca Pini era difeso da Carlo Nannini e il padre dall’avvocato Marco C Martines. L’agenzia delle Entrate si era costituta parte civile. Pini quando decise di far rientrare da San Marino i suoi risparmi si accorse di non poter rispettare i tempi previsti dalle norme vedendo sfumare la possibilità di sfruttare un’aliquota bassa del 5%, che su 400mila euro era di
20mila euro, così fece chiedere al padre un prestito dello stesso importo e attraverso una banca estera fece arrivare il denaro in banca a Forlì. Poi dichiarò che i soldi detenuti all’estero erano rientrati in Italia nei termini di
legge. 
La Suprema corte decise che chi fornisce false attestazioni nella dichiarazione per il rimpatrio di capitali detenuti all’estero risponde di truffa aggravata ai danni dello Stato. Infatti, la previsione dell’articolo 19, comma 2-bis, del decreto legge numero 305 del 2001 non esclude l’applicazione della norma incriminatrice della truffa aggravata in danno dello Stato, “quando la
condotta si arricchisca in concreto di artifizi diretti ad ottenere i consistenti vantaggi fiscali e le altre agevolazioni previste dalla legge, attraverso l’induzione in errore dell’amministrazione finanziaria circa il momento temporale in cui le somme sono state rimpatriate”. 
La Procura di Forlì durante un’indagine che riguardava l’onorevole del Carroccio scoprì l’inghippo. Venne interrogato Pini il 6 luglio del 2012 e diede
la sua versione dei fatti che in un primo momento sembrava aver convinto i magistrati, ma non fu così. La Procura, proprio perché aveva ritenuto che il padre di Pini e il figlio avessero tenuto un comportamento illecito per risparmiarsi dei soldi, avevano disposto un sequestro preventivo d’urgenza del conto bancario con 400mila euro. Il giudice per le indagini preliminari convalidò il sequestro preventivo del saldo attivo del conto corrente intestato al padre di Gianluca Pini, indagato per il reato di tentata truffa aggravata, unitamente al figlio, il 12 dicembre del 2012. 
Avverso a questo provvedimento il padre del deputato fece richiesta di dissequestro al Tribunale del Riesame di Forlì che con ordinanza del
19 gennaio 2013, la respinse. Appena noti i motivi era quindi scattato il ricorso per Cassazione da parte di Pini deducendo la mancanza di motivazione sulla sussistenza. La Suprema corte, all’impugnazione, aveva così risposto: “E’ giustificato il sequestro preventivo, non solo dell’ingiusto
profitto, ma anche di tutta la somma pertinente al reato”. I soldi restarono sequestrati e ieri sono stati confiscati. Gli avvocati difensori, ieri, si sono detti soddisfatti per aver scagionato gli imputati da gravi reati e sono convinti che in Appello venga accertata la piena innocenza di padre e figlio.
Condannato a un anno Gianluca Pini, il deputato leghista. Coimputato per la vicenda dello scudo fiscale anche il padre del parlamentare che è stato condannato a sette mesi. Assolto dai reati di evasione fiscale e di aver creato un’azienda per sottrarne un’altra dal fisco. Pena sospesa per entrambi. La sentenza è stata emessa ieri dal giudice Di Giorgio del Tribunale di Forlì, pm Filippo Santangelo. 

Il giudice ha disposto anche la confisca di 400mila euro. Quei soldi erano quelli dello scudo fiscale al quale l’onorevole aveva aderito per riportarli in Italia da San Marino. Gianluca Pini era difeso da Carlo Nannini e il padre dall’avvocato Marco C Martines. L’agenzia delle Entrate si era costituta parte civile. Pini quando decise di far rientrare da San Marino i suoi risparmi si accorse di non poter rispettare i tempi previsti dalle norme vedendo sfumare la possibilità di sfruttare un’aliquota bassa del 5%, che su 400mila euro era di 20mila euro, così fece chiedere al padre un prestito dello stesso importo e attraverso una banca estera fece arrivare il denaro in banca a Forlì. Poi dichiarò che i soldi detenuti all’estero erano rientrati in Italia nei termini dilegge. 

La Suprema corte decise che chi fornisce false attestazioni nella dichiarazione per il rimpatrio di capitali detenuti all’estero risponde di truffa aggravata ai danni dello Stato. Infatti, la previsione dell’articolo 19, comma 2-bis, del decreto legge numero 305 del 2001 non esclude l’applicazione della norma incriminatrice della truffa aggravata in danno dello Stato, “quando lacondotta si arricchisca in concreto di artifizi diretti ad ottenere i consistenti vantaggi fiscali e le altre agevolazioni previste dalla legge, attraverso l’induzione in errore dell’amministrazione finanziaria circa il momento temporale in cui le somme sono state rimpatriate”. 

La Procura di Forlì durante un’indagine che riguardava l’onorevole del Carroccio scoprì l’inghippo. Venne interrogato Pini il 6 luglio del 2012 e diedela sua versione dei fatti che in un primo momento sembrava aver convinto i magistrati, ma non fu così. La Procura, proprio perché aveva ritenuto che il padre di Pini e il figlio avessero tenuto un comportamento illecito per risparmiarsi dei soldi, avevano disposto un sequestro preventivo d’urgenza del conto bancario con 400mila euro. Il giudice per le indagini preliminari convalidò il sequestro preventivo del saldo attivo del conto corrente intestato al padre di Gianluca Pini, indagato per il reato di tentata truffa aggravata, unitamente al figlio, il 12 dicembre del 2012. 

Avverso a questo provvedimento il padre del deputato fece richiesta di dissequestro al Tribunale del Riesame di Forlì che con ordinanza del19 gennaio 2013, la respinse. Appena noti i motivi era quindi scattato il ricorso per Cassazione da parte di Pini deducendo la mancanza di motivazione sulla sussistenza. La Suprema corte, all’impugnazione, aveva così risposto: “E’ giustificato il sequestro preventivo, non solo dell’ingiustoprofitto, ma anche di tutta la somma pertinente al reato”. I soldi restarono sequestrati e ieri sono stati confiscati. Gli avvocati difensori, ieri, si sono detti soddisfatti per aver scagionato gli imputati da gravi reati e sono convinti che in Appello venga accertata la piena innocenza di padre e figlio.

11/10/2016 20:19

Postato da SabrinaS

Siete gli unici ad avere riportato la notizia in maniera corretta e veritiera. Gli altri giornali tutti piegati a Pini che vergogna. Un deputato condannato per la seconda volta che va in giro a sbandierare la sua innocenza. La politica è uno schifo e lui è un personaggio molto molto discubile.