Forlì

Sequestrati 22 milioni di beni a coniugi marocchini

Solo a Forlì avevano un complesso residenziale di 20 appartamenti del valore di oltre 3 milioni

Sequestrati 22 milioni di beni a coniugi marocchini
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07/marzo/2017 - h. 10.36

Maxi sequestro - tra Ferrara, Forlì, Roma, Rovigo e Modena - di beni per 22,2 milioni (soldi e immobili) riconducibili ad una coppia di coniugi imprenditori
marocchini, già condannati per frode fiscale. Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Ferrara ha infatti sequestrato e sottoposto a confisca un vasto complesso di beni. Oltre a quote di società e al complesso di proprietà ad esse riferibili (crediti, beni immobili, autoveicoli), vi sono beni immobiliari, tra cui un complesso residenziale costituito da 20 appartamenti in provincia di Forlì del valore di 3 milioni, una villa con piscina a Ferrara, villette a schiera e appartamenti in varie località del ferrarese e nelle province di Roma, Rovigo e Modena.
L’indagine, che ha condotto il Procuratore della Repubblica di Ferrara a richiedere l’emissione del provvedimento, ha permesso alle Fiamme Gialle ferraresi di ricostruire tutte le ricchezze illecitamente accumulate dai coniugi marocchini, i quali, attraverso una fitta rete di società create ad hoc e amministratori compiacenti hanno accumulato nel tempo il patrimonio sequestrato a fini di confisca. Le attività illecite per cui i due imprenditori sono stati condannati per frode fiscale sono connesse alla gestione di alcuni consorzi – due dei quali con sede a Ferrara e attivi negli appalti nel settore del facchinaggio, della logistica e delle pulizie industriali - intorno ai quali ruotavano una trentina di società cooperative, gran parte delle quali con sede dichiarata nella provincia di Trapani, risultate prive di qualsiasi organizzazione d’impresa e affidate a meri prestanome.
Ad amministrare gli appalti in questione vi erano direttamente i consorzi a capo dei quali vi erano, di fatto, i due cittadini extracomunitari; quest’ultimi, per i servizi resi, utilizzavano il personale alle dipendenze (meramente formali) delle cooperative associate. Il meccanismo di frode era strutturato
attraverso i consorzi, che fatturavano direttamente alla società committenti i servizi e neutralizzavano l’Iva a credito grazie alla fatturazione passiva delle cooperative associate.
Maxi sequestro - tra Ferrara, Forlì, Roma, Rovigo e Modena - di beni per 22,2 milioni (soldi e immobili) riconducibili ad una coppia di coniugi imprenditori marocchini, già condannati per frode fiscale. Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Ferrara ha infatti sequestrato e sottoposto a confisca un vasto complesso di beni. Oltre a quote di società e al complesso di proprietà ad esse riferibili (crediti, beni immobili, autoveicoli), vi sono beni immobiliari, tra cui un complesso residenziale costituito da 20 appartamenti in provincia di Forlì del valore di 3 milioni, una villa con piscina a Ferrara, villette a schiera e appartamenti in varie località del ferrarese e nelle province di Roma, Rovigo e Modena.

L’indagine, che ha condotto il Procuratore della Repubblica di Ferrara a richiedere l’emissione del provvedimento, ha permesso alle Fiamme Gialle ferraresi di ricostruire tutte le ricchezze illecitamente accumulate dai coniugi marocchini, i quali, attraverso una fitta rete di società create ad hoc e amministratori compiacenti hanno accumulato nel tempo il patrimonio sequestrato a fini di confisca. Le attività illecite per cui i due imprenditori sono stati condannati per frode fiscale sono connesse alla gestione di alcuni consorzi – due dei quali con sede a Ferrara e attivi negli appalti nel settore del facchinaggio, della logistica e delle pulizie industriali - intorno ai quali ruotavano una trentina di società cooperative, gran parte delle quali con sede dichiarata nella provincia di Trapani, risultate prive di qualsiasi organizzazione d’impresa e affidate a meri prestanome.

Ad amministrare gli appalti in questione vi erano direttamente i consorzi a capo dei quali vi erano, di fatto, i due cittadini extracomunitari; quest’ultimi, per i servizi resi, utilizzavano il personale alle dipendenze (meramente formali) delle cooperative associate. Il meccanismo di frode era strutturatoattraverso i consorzi, che fatturavano direttamente alla società committenti i servizi e neutralizzavano l’Iva a credito grazie alla fatturazione passiva delle cooperative associate.