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I Giganti: un premio all'album cancellato dalla mafia

Nell'archivio Rai la scheda di "Terra in Bocca" recitava: "Utilizzazione previo colloquio d.g.". A 40 anni di distanza resa giustizia al gruppo del forlivese Checco Marsella

I Giganti

Terzo da sinistra, il romagnolo Francesco Marsella

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20/novembre/2011 - h. 17.10

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ROMAGNA - Giustizia è fatta, in tutti i sensi. Il premio "Paolo Borsellino" 2011, uno dei più prestigiosi riconoscimenti per l'impegno antimafia, è stato vinto da un disco. Un album che, passato sotto silenzio all'epoca della sua uscita, per quarant'anni ha saputo scavarsi un fiume sotterraneo nel terreno della musica italiana e finalmente riuscire a zampillare fuori come l'acqua fresca. Un disco, soprattutto, in cui c'è anche un pezzo di Forlì.

E' incredibile la storia di "Terra in bocca" dei Giganti (sì, quelli degli anni Sessanta, di "Tema", dei fiori nei cannoni, col vocione e le vocine). Un 33 giri che nel 1971 parlava - con toni scioccanti quanto l'immagine di copertina, un uomo a terra senza vita - di una vicenda di faide e di sopraffazione in un paesino della profonda Sicilia. Tutto in una veste musicale d'avanguardia, per quei tempi in Italia: uno dei primi esemplari nostrani di quello che i critici avrebbero definito "rock progressivo". La parola mafia, che nei cinquanta tiratissimi minuti dell'album non viene mai pronunciata, aleggia però dalla prima all'ultima nota. "E' proprio per questo che il disco è stato ostacolato: il tema era scomodo. La Rai - altri canali promozionali non esistevano - trasmise il disco una volta sola, di notte, poi basta: come se nemmeno l'avessimo mai registrato. Ora "Terra in bocca" ottiene ciò che merita". Parola di Francesco "Checco" Marsella, nato e cresciuto a Forlì, in via Campo di Marte, tastierista dei Giganti lungo tutta la carriera del gruppo.

La storia Checco ce la racconta dall'Abruzzo, dove porta avanti un agriturismo nel cuore del parco nazionale. "La scintilla venne da un nostro amico, cantautore bravissimo ma praticamente sconosciuto, Piero De Rossi. Aveva questa canzone, "Lungo e disteso", storia di un ragazzo siciliano ucciso per vendetta, perché il padre ha fatto uno sgarro alla mafia. Sarebbe diventata il tema portante dell'album. Ricordo un giro di concerti in cui usavamo ogni momento libero per scrivere, elaborare, comporre. Eravamo presissimi, sapevamo di avere per le mani qualcosa di speciale". Nel '70-'71 però in Italia non c'è mica un Saviano che elenca nomi e cognomi dei boss e dei parenti fino al quarto grado; "la mafia non esiste" è un'argomentazione ancora di moda.

Insomma: i Giganti vanno come un treno, ma verso un binario morto, commercialmente parlando. Poco importa: il disco che esce fuori da tre mesi di lavoro febbrile è una gemma. "Dormivamo in studio - ricorda Marsella - perché registravamo fino a notte fonda. E poi metti che venisse fuori un'idea estemporanea, eravamo già lì. Lo studio era il Play-co di Milano, di proprietà di Renato Carosone. Le nostre capacità vocali erano migliorate di molto, ci eravamo messi a studiare di tutto, pure i cori bulgari. Avevamo poi coinvolto Vince Tempera per il piano e gli arrangiamenti, poi Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria (tre prezzemolini: li ritroveremo nei dischi di Guccini come nella sigla di Ufo Robot, ndr), e Marcello Della Casa alla chitarra". In quei mesi la Pfm deve ancora mettere mano al primo album "Storia di un minuto", il Banco del Mutuo Soccorso si formerà l'anno successivo, gli Area due anni dopo, mentre i New Trolls fanno i pendolari tra Milano e Roma per mettere a punto il loro "Concerto Grosso".

Ma mentre queste leggende del rock progressivo raccoglieranno subito gloria e denari, i Giganti, che anticipano tutti con un album il cui valore è oggi riconosciuto da critici e storici, sono vittime dell'omertà. Negli archivi Rai c'è ancora la scheda di "Terra in Bocca" che avverte: "Utilizzazione previo colloquio d.g.", dove dg è il direttore generale. Come dire: non provate nemmeno a metterlo sul giradischi. Decenni di oblio, poi le prime ristampe in cd, le orecchie degli appassionati che s'alzano una dopo l'altra. L'album del silenzio si rivela una bomba a orologeria. Esce un dettagliatissimo libro monografico, poi la giuria del Borsellino scopre il capolavoro e il riconoscimento va ai Giganti "per il loro coraggio e la loro opera". Checco Marsella, Enrico Maria Papes e Mino Di Martino (Sergio Di Martino è scomparso nel 1996) si ritrovano sul palco e si esibiscono di nuovo, riprendendo in mano un sogno di quarant'anni prima. Anche questa è giustizia.

Paolo Bertuccio