L'intervista

Ravenna Festival: la grande star è il liscio

Cristina Muti: “Il segreto della Romagna è che ognuno di noi cura il suo orticello senza chiudersi agli altri”

Ravenna Festival: la grande star è il liscio
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12/giugno/2013 - h. 20.15

RAVENNA - Travolgente, torrenziale, lirica, avvolgente, umile e regale, conversare con Cristina Mazzavillani sposata Muti, sia pure al telefono, è come bere tutto d’un fiato una coppa di champagne a digiuno. Inebriante. "Non vorrei parlare di critica musicale - premetto - ma conoscere il suo rapporto di ragazza romagnola con il liscio, con la musica che scarica l’elettricità nelle gambe e suscita i primi turbamenti. Una capriola all’indietro". "Una capriola sull’aia! E’ vero, ho avuto un’infanzia entusiasmante, immersa in quella naturalezza che lascia dentro una grande fiducia. Giunchiglie, narcisi dei fossi, margherite, viole, letame, nebbie, l’odore della legna bruciata. Ecco cosa sono le radici che dal profondo della terra ti invadono con il loro nutrimento. Ed è per sempre. Capaci di donare l’incoscienza della sicurezza".

Proviamo a ripercorrere la strada che, sotto la sua guida immaginifica, porta il Ravenna Festival a dedicare l’attuale edizione al liscio, con serata speciale il prossimo 27 giugno. 
"E’ la mia romagnolità che mi guida e mi ha sempre ispirata. La ragione per cui da 25 anni lavoro per la mia città, è il riconoscimento personale che le debbo. Posso affermarlo senza sembrarle troppo narcisista? Mi sono proprio ‘piaciuta’ nel corso di questi decenni perché sono riuscita a scorgere e mostrare la verità nella semplicità".

Andiamo più indietro, alla bella ragazza Mazzavillani di cui si innamora Riccardo Muti. 
"Io credo che mi abbia sposato perché si era innamorato più che di me di mio padre Giordano Mazzavillani; era lui il personaggio, di lui dovremo parlare. Io sono il risultato di due genitori straordinari purtroppo scomparsi entrambi troppo presto dalla mia vita".

Ceppo buono. 
"Ceppo ravennate bizantino, il romagnolo che trae origine dai pellegrinaggi del mare. L’Emilia è regione di entroterra, di Granducati; la Romagna vive sull’acqua, ha più affinità con il Veneto, i mosaici, le tessere d’oro. Il segreto della Romagna è che ognuno di noi cura il suo orticello senza chiudersi agli altri, tanti orticelli belli compongono una società meravigliosa”. 

In cui è cresciuta Cristina.
"Cresciuta e sviluppata, e l’età invece di logorare sembrerebbe accrescere i miei sogni. Il conservatorio, la musica, il canto, e poi il teatro che li contiene tutti, la mia vera grande passione, assimilata al fianco di mio padre che aveva il teatro dei burattini. Tra un atto e l’altro metteva su un disco con una polka, un saltarello, e mi diceva: «Vai fuori, canta una canzoncina, racconta una storiella». Il suo era lo spettacolo più puro, dove i teatranti intrattengono il pubblico già costruendo la baracca, poi muovendo i burattini, recitando, e inventandosi diversivi per le pause, i tempi morti. Ho imparato lì il mestiere che mi è utile ancora oggi nella mia attività".

In che modo? 
"Nel momento in cui ci riuniamo per la progettazione del Festival, e si discute di programmi, di soldi che non sono mai abbastanza, di come far quadrare la qualità con i preventivi, divento fredda, lucida, concreta; ho dentro di me questo atteggiamento da…".

Azdora! 
"Da azdora, è vero, come fa a saperlo? Sono un impresario-azdora".

Sì, ma torniamo al liscio; cosa ha rappresentato nella sua vita: proviamo a immaginare la bella ragazza, molto corteggiata, che va a ballare. Dove? 
"Il mio ricordo corre al mare, al primo sole di primavera, all’estate, agli stabilimenti che iniziavano allora a sorgere sulla spiaggia, alle piste di cemento. Non c’era mica molto di più; si passava dal valzerino al disco dei Platters, ai primi rock".

Dove aveva imparato a ballare? 
"Da nessuna parte, sull’aia! Da ragazzi, nel mese d’agosto venivamo mandati in campagna, per far riposare la pelle dal troppo sole. La campagna era un universo, capisce, un mondo meraviglioso, magico, sterminato! Era la vita nel suo scorrere fatato, la natura nella sua trasformazione elementare e grandiosa, era il carro con il grande tinozzo del concime, erano i salti giù dai pagliai a rischio di infilzarci nei forconi, era la caccia alle uova di gallina tra l’oro della paglia; ed era la fisarmonica, l’ocarina, uno strumento dimenticato e oggi riconquistato, il flauto, il sassofono, l’organetto. Era la trepidazione allegra, ridente, di vorticare tra le braccia dei primi filarini, con un’innocenza che oggi sarebbe impensabile. E’ lì che si impara a ballare, con la musica che guida i passi, qualche pestone preso, qualcuno dato, ed ecco che affiora una geometria leggera come il vento".

Oggi invece si va a scuola di liscio. 
"Sììì, c’è una maestro che a dispetto del nome, Malpassi, è un vero virtuoso dell’insegnamento, chiunque nelle sue mani diventa un ballerino di polka e di mazurka. E’ stata una vera illuminazione impiantare la balera all’aperto, sul fondale delle Loggette Lombardesche, con tutti i lumini a forma di frutta che si accendono la sera creando festoni di gioia e di abbandono, come sull’aia".

E Secondo Casadei cosa significava per lei? 
"Ha messo il punto fermo, ha dato la voce degli strumenti a una musica spontanea, che per tutti noi non aveva altro nome che ‘andé a balè’. I nomi sono arrivati con lui, come titoli sognanti: valzer, polka, mazurka, e l’incantesimo di quel suo magico violino che ti sollevava da terra lanciandoti in territori sconosciuti".

Riccarda Casadei ne sarà estasiata. 
"Oh Riccarda, che bella signora, che creatura superiore, che anima grande!"

E Romagna mia? 
"Un miracolo, perché era come se fosse sempre esistita, c’era già nell’aria, e lui l’ha afferrata, ne ha fatto una canzone di risonanza mondiale. A Lucerna, per una kermesse di teatri del mondo intero, sette o ottocento partecipanti, nella serata finale noi abbiamo intonato Romagna mia, e ci hanno seguito tutti, la conoscevano a memoria, è stato un inno universale alla nostra regione. All’Italia!".

Su tale slancio si fa strada la sua decisione di dedicare questa edizione del Ravenna Festival alla musica di Secondo Casadei? 
"Da un pezzo accarezzavamo l’idea di celebrare nel festival la nostra Romagna, ed eccoci qua. Ci voleva la crisi a rompere gli indugi: la restrizione di fondi, una certa austerità generale, ci ha indotto a rivolgere lo sguardo a questo fenomeno straordinario di casa nostra, alla nostra ‘lirica di paese’. E non poteva andare meglio: non ci siamo mai divertiti tanto a preparare la manifestazione e siamo fiduciosi di suscitare la stessa risposta nel pubblico. Il popolare e l’etnico questa volta riguarda noi, siamo noi la cultura da scoprire".

Gianfranco Angelucci