L'intervista

Pupi Avati: “Il matrimonio, storia scandalosa"

Il regista si racconta mentre va in onda la sua fiction in sei puntate che racconta l'amore dei suoi genitori. “E' un'unione a cui credo ancora"

Pupi Avati: “Il matrimonio, storia scandalosa"
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04/gennaio/2014 - h. 19.45

Una storia d’amore lunga una vita intera. È questo il nocciolo di “Un matrimonio”, il racconto in sei puntate trasmesso su Rai Uno (la prossima puntata, la terza, andrà in onda domani) firmato da Pupi Avati. Un amore ben preciso: quello dei genitori del grande regista, condito anche di un pizzico del suo con la moglie Nicola, che dura ormai da cinquant’anni. E’ la storia straordinaria, ma molto normale, di due coniugi in grado di superare con gli anni le incomprensioni, le difficoltà economiche, le inquietudini dei figli, persino le disillusioni che li hanno condotti a separarsi per un breve periodo per poi ritrovarsi e condividere insieme il resto della propria vita. Nel ruolo dei due giovani protagonisti si sono calati Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti. E l’arena è quella tanto cara al regista, la Bologna del secondo dopo guerra, tra vie strette e intonaco ocra e rosso mattone, con qualche finestra che si apre sulla Capitale. «Con questo progetto c’è l’ambizione di restituire al matrimonio e quindi alla famiglia la centralità perduta nella società attraverso gli anni», sottolinea Pupi Avati.

Tra le tanti fasi della storia della famiglia, perché proprio il matrimonio?
“Perché è l’inizio più naturale. Più scandalosamente normale. E io l’ho voluto riportare al centro. Per parlare di matrimonio bisogna averlo vissuto per un periodo piuttosto lungo. Solo così si capisce fino in fondo che oggetto misterioso è. Definire un’unione così salda come il matrimonio dopo pochi anni è un’azione scorretta. Sarebbe come alzarsi da tavola all’antipasto e pretendere di raccontare tutta la cena”.

Un’unione in cui lei crede ancora…
“Come evidentemente i cinque milioni di italiani che hanno visto le prime due puntate della fiction. È vero che i matrimoni sono in calo e i divorzi in aumento, ma c’è ancora tanta gente, per fortuna, che capisce il valore del legame coniugale. Era un’idea che mi frullava per la testa da un po’, ma mi sono sentito autorizzato a metterla in pratica solo adesso che io e mia moglie abbiamo quasi raggiunto le nozze d’oro”.

Cos’è il matrimonio secondo Pupi Avati?
“Una promessa con l’accettazione di tutti i rischi e le turbolenze quotidiane. Le frasi del rito la riassumono bene. Un rischio che oggi non si accetta di buon grado. E così non si vive più una delle cose più belle della vita, che più dura, più si apprezza. Oggi non ci si sposa, ci si accompagna. Prima di sposarsi bisogna “testarsi” con la convivenza, e alla fine non ci si sposa più. Per questo dico che “Un matrimonio” è una storia scandalosa”.

Quanto c’è di autobiografico?
“E’ la storia di mia madre e di mio padre nel secondo dopoguerra. Nelle ultime puntate, quando si arriva al 2000, c’è anche un po’ della mia vita. Io amo raccontare per esperienza diretta. Trovo che narrare dal di fuori eventi in modo presuntuosamente oggettivo sia disonesto. La storia del cinema è scritta da chi si è aperto all’esterno attraverso una dimensione confidenziale. Fidandosi di chi guarda. È quello che ho tentato di fare. Quando mi sono sposato, stavo davanti a un sacerdote e avevo al mio fianco una donna molto carina. Era tutto quello che sapevo. Il resto l’ho scoperto dopo. È nello scoprirsi vicendevolmente, alle volte con delusioni, con incompatibilità, l’essenza del matrimonio”.

Quasi un insegnamento…
“Ho voluto fare un’operazione con valenza didattica molto elevata. Arricchire l’esperienza degli altri attraverso quella personale è uno degli scopi del mio lavoro. Credo che sia la maniera più onesta di fare cinema”.

Sul piccolo schermo ultimamente si vedono le storie di tanti tipi di “famiglie”…
“La maggior parte sono frutto di manipolazione. Non c’è il coraggio di limitarsi alla normalità. Assumere la famiglia come pretesto per poter inzuppare il racconto di un’infinità di colpi di scena, che tengono in vita l’attenzione dello spettatore, non ha mai fatto parte del mio cinema. È un’operazione di basso livello che non fa bene a nessuno. Penso che pochi italiani si possano ritrovare nelle storie di queste famiglie surreali dove i disonesti si trasformano all’improvviso in onesti, dove ci sono colpi di scena ogni cinque minuti. Quelle del mio cinema sono sempre storie vissute da tante persone.
Che hanno poco a che vedere con i racconti “di tendenza” o con il politicamente corretto. La rivoluzione oggi è mettere in campo la verità, non l’inverosimile. La potenza è nella storia qualunque, come ci insegnano i classici. È il tono di voce che la rende eccezionale”.

Dal grande al piccolo schermo: non si sente sminuito dalla televisione?
“La tv è una sala cinematografica, nel mio caso, da 4 milioni e mezzo di persone. L’ordine di grandezza può essere molto maggiore.
Il cinema italiano raggiunge 300mila spettatori quando va molto bene. Guardare in modo schizzinoso la tv è un gesto sconsiderato. Il seriale, oltreoceano, è diventato una punta di diamante.

Caterina Rubbi