Ciclismo

"Il doping? E' la scelta che tutti fanno arrivati al bivio"

Intervista a Michael Rasmussen. Il "pollo" parla di come si arriva ad una scelta che porta alla squalifica

"Il doping? E' la scelta che tutti fanno arrivati al bivio"
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07/aprile/2014 - h. 19.17

"Il doping? A 23 anni il mio valore di potenza aerobica era 84 e sviluppavo qualcosa come 7,16 watt per chilo. E non sapevo minimamente che cosa fosse l'Epo". La "fuga" in maglia gialla dal Tour de France del 2007 ha precipitato Michael Rasmussen nel girone dei cattivi dello sport. Tuttavia l'inferno dell'ex iridato danese di mountain bike è popolato di personaggi a prima vista angelici, di cherubini che con le due ruote o con un pallone (ma anche con una racchetta, con gli sci o con la cuffia e gli occhialini...) hanno avuto una carriera immacolata solo perché un po' più fortunati, o protetti, con gli esami del sangue. Gente che in materia di doping non ha ufficialmente niente da dire se non rifugiarsi dietro le banalità di circostanza; ogni parola in più sarebbe un attentato alla propria coscienza. Rasmussen no, ormai è andato oltre; le sue esperienze di vita lo hanno messo in condizione di squarciare il velo dell'ipocrisia.  Ecco perché una chiacchierata con lui è decisamente più istruttiva del solito pistolotto dei moralisti a gettone. Alla soglia dei quarant'anni il chicken - in gruppo era soprannominato pollo per la spaventosa magrezza - fa il direttore commerciale del team danese Christina Watches e nei giorni scorsi era in Romagna per la Coppi e Bartali. Lo abbiamo incontrato a Gatteo, al seguito della squadra.

Rasmussen, impossibile non parlare di doping con lei.

"Già. Alla fine ho preso quattro anni e quattro mesi di squalifica. Senza essere mai stato trovato positivo".

Però...

"Guardi che il doping non l'ho inventato né io né Armstrong né Hamilton. Si tratta di una pratica che ha accompagnato lo sport da sempre. C'era anche nelle prime edizioni del Tour".

Inevitabile, allora?

"Io posso parlare per i miei tempi: quando un giovane incontrava questo tipo di cultura, era ad un bivio. Doveva decidere se tornare a casa o andare avanti. Io volevo andare avanti".

Ed ha fatto quello che ha fatto.

"Il doping è solo l'ultimo ingranaggio che gira".

Cosa vuol dire?

"Quando, come me, ti fai 35mila chilometri l'anno in bici, arrivi a portarti il cuscino da casa per migliorare la qualità del sonno e dormire quei dieci minuti in più che potrebbero aiutarti nel recupero, ti poni perfino degli interrogativi su come risparmiare sul peso delle spillette che fermano il numero, allora vuoi fare tutto quello che c'è da fare per migliorare. Tutto. Doping compreso".

Manipolare il sangue non è esattamente come staccare una spilletta.

"I miei valori da giovane, prima che conoscessi il doping, costituivano dei record per la Danimarca. E' tutto scritto, certificato dall'università".

Dopo aver messo le mani al motore che cilindrata aveva?

"Oh, non voglio neanche saperlo! Mi pare che in allenamento nel 2005 facevo salite di 30' a quasi 1800 di Vam. Però, ripeto, gli asini non volano all'improvviso: le doti ce le devi avere di natura. Poi serve un sacrificio enorme...".

...con annessi e connessi. Il suo percorso agonistico tocca la vetta più alta nella tappa dell'Aubisque del Tour 2007 quando arriva primo da solo staccando Contador.

"Gli ho fatto un favore a tenerlo a lungo con me. In pratica in salita stavo spingendo Leipheimer, avevo deciso che doveva chiudere terzo lui e non Evans, mi stava più simpatico".

A parità di condizioni era lei il più forte in quel Tour?

"Se l'opinione pubblica pensa che il problema doping è stato risolto mandando a casa il numero uno a favore del numero due, del tre e così via, faccia pure...".

Lei, in pratica, è stato cacciato da Davide Cassani, il quale in diretta tv disse di averla vista in allenamento sul Garda quando il suo team, la Rabobank, sapeva che era in Messico.

"Cassani ha agito in buona fede, non ce l'ho con lui. Piuttosto, in questa vicenda ad avermi amareggiato è stato il comportamento della mia squadra e della federazione danese".

Vive ancora sul lago di Garda?

"Certo, gestisco un negozio di biciclette a Lazise. Anni fa mi trasferii da quelle parti per beneficiare del clima mite. Se volevo fare il ciclista professionista, non potevo vivere in Danimarca. Quando dico ‘fare tutto il possibile per emergere' mi riferisco anche a particolari come questo".

Rasmussen, lei è ancora molto magro. Quanto pesa?

"Sono 61 chili per 1,76 di altezza. Ai bei tempi ero 58".

Pedala ancora?

"Nel 2013 ho fatto 5mila chilometri, in salita ne stacco ancora tanti. Mi riferisco ai dilettanti. Invece con certi amatori, le assicuro, proprio non ce la faccio. Mi sono trovato sul percorso di una granfondo e ho notato che i primi andavano come palle di cannone".

Come giudica il suo passato?

"Sono cosciente e sereno. Consapevole di quello che ho fatto. Ritengo di avere usato e non abusato e non ho fatto del male a nessuno. Nessuno d'altronde mi ha obbligato a prendere la strada del doping, è stata una mia scelta autonoma".

Ha conosciuto corridori che al bivio di cui ha parlato prima hanno invece scelto di tornare a casa?

"No, nessuno".

ECon