Forlì

L'ultimo giorno di Roberto Ruffili, trent'anni fa

Oggi Mattarella è in città per ricordare il professore ucciso dalle Br il 16 aprile del 1988. Ecco come andarono le cose e chi era l'esponente della Dc

L'ultimo giorno di Roberto Ruffili, trent'anni fa
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16/aprile/2018 - h. 07.30

Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per ricordare i trent'anni dalla morte del senatore Roberto Ruffilli. Il professore, consigliere di Ciriaco De Mita, fu ucciso dalle Brigate Rosse. Ecco una ricostruzione di quelle giornate.

Il testamento era in un cassetto della sua casa di Forlì, un documento redatto alla fine del 1987. Lo aveva scritto dopo una serie di accertamenti clinici che lo avevano portato ad un’operazione che forse il professor Roberto Ruffilli pensava non andasse bene. Ad ucciderlo, però, saranno due colpi di pistola. Freddato a casa sua, il 16 aprile del 1988 dalle Brigate Rosse. Ruffilli era in quel periodo coinvolto nel progetto di riforma istituzionale che stava studiando il suo partito, la Dc. 

“Ucciso il consigliere di De Mita”, titolerà il giorno dopo il Corriere della Sera, aggiungendo: “Era uno studioso, non un leader, un consigliere più che un collaboratore, un ispiratore più che un esecutore, una persona consultata per la sua competenza, per la sua professionalità e come tale estranea alle passioni e alle lotte della politica”. Come accadrà a Bologna a Marco Biagi, nel 2001, il professor Ruffilli pagò questo suo ruolo di consigliere del governo, del politico. “Roberto Ruffilli - scrive il quotidiano il 17 aprile - non aveva mai immaginato, neppure per un momento, di poter essere il bersaglio di qualcuno. L’idea di chiedere una scorta, o comunque di prendere qualche elementare misura di sicurezza, è sempre stato l’ultimo dei suoi pensieri”.

Per questo, quando i killer suonarono alla sua porta, il più ascoltato consigliere di Ciriaco De Mita l’aprì trovando suoi assassini davanti. Aveva 52 anni. Da settimane lo spiavano. “Abbiamo giustiziato il senatore Ruffilli a Forlì. Attacco al cuore dello Stato. Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente”: questa la rivendicazione arrivata a alla redazione di Repubblica. 

Secondo la ricostruzione fatta nei giorni successivi, l’ultimo giorno del professor Ruffilli fu così: in mattinata un convegno culturale in una parrocchia dei Salesiani per seguire la  presentazione del volume di don Gianfranco Zaghini di cui aveva curato la prefazione. Poi il rientro a casa dove la zia, Silvana, gli aveva portato il pranzo. Un passaggio pomeridiano dall’edicolante, l’acquisto di due giornali, e poi di nuovo in salotto. Il suono del campanello, la porta aperta, e i killer che fanno inginocchiare il senatore e gli sparano due colpi in testa. Poi la fuga. Nessun testimone anche se qualcuno parlò di due persone viste salire su un’auto bianca ripartita in fretta.

A scoprire il cadavere la stessa zia che gli aveva portato il pranzo. Il testamento di cui abbiamo parlato all’inizio lasciava la casa e l’assicurazione del Senato alla cugina. I risparmi - circa 200 milioni di lire - sono stati destinati per metà alla sua parrocchia di Forlì e per l’altra metà all’Università Cattolica. La chiesa doveva destinarli ai poveri, l’ateneo alle borse di studio di carattere “storico-religioso”. Carte e libri alla biblioteca della città e alla Facoltà di Scienze Politiche che in quegli anni si stava istituendo. 

Per l’omicidio Ruffilli gli ergastoli furono nove, con sentenza arrivata nel 1990.Esecutori dell’omicidio furono i brigatisti Stefano Minguzzi e Franco Grilli. Secondo la procura, suonarono all’abitazione spacciandosi  per postini.