Imola

Arte dal Vero: Natale con la grande mostra

Tra il San Domenico e il centro Isola l'esposizione che corriere.it ha classificato nelle 10 imperdibili

Arte dal Vero: Natale con la grande mostra
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22/dicembre/2014 - h. 11.01

IMOLA - Con 3.500 visitatori nel primo mese di apertura, la mostra "Arte dal vero", curata da Franco Bertoni sotto la direzione di Andrea Emiliani, celebra le magnifica arte figurativa in Romagna dal primo Novecento ad oggi esponendo una selezione di opere degli artisti più rappresentativi attraverso 93 artisti e 180 opere, tra pittura, scultura, grafica e ceramica che mettono in rilievo figure e momenti del lungo percorso che ha caratterizzato una Romagna artistica segnata da una singolare adesione al filone figurativo e verista.

Una “mostra da vedere”, così è stata definita dal Corriere.it nell’articolo “Dieci mostre da vedere in Italia”. Quale occasione migliore se non il Natale periodo nel quale l’assessorato alla cultura, i Musei civici e la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola hanno organizzato, per il periodo natalizio, delle visite guidate gratuite, che si affiancano alle aperture straordinarie previste per Natale (www.mostrefondazioneimola.it). Nello specifico venerdì 26 dicembre in occasione della festività di Santo Stefano e martedì 6 gennaio giorno dell’Epifania, la mostra “arte dal Vero” che è allestita nelle due sedi del Museo di San Domenico e del Centro Polivalente Gianni Isola, sarà aperta al pubblico dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, animata da due visite guidate gratuite che prendono avvio alle 11 al Centro Gianni Isola per poi proseguire nel Museo di San Domenico (nelle stesse due giornate festive di Santo Stefano ed Epifania anche il Museo di San Domenico apre al pubblico straordinariamente le “Collezioni d’arte della città e il Museo Giuseppe Scarabelli” dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19).

Le opere, esposte in mostra non secondo un criterio cronologico, ma proponendo invece occasioni di rapporto e di confronto tra modernità e contemporaneità, enucleano una sorta di racconto sulla condizione umana: tra documentarismo e finzione, tra vita quotidiana e teatralità, tra ordinario e meraviglioso, tra apparenze e segreti nascosti sotto la superficie, un contributo - volutamente circoscritto e limitato - a una più generale inversione di tendenza in atto rispetto alle traiettorie generate dal vizio di base del Moderno.

All'inizio del secolo scorso Faenza, tra le città romagnole, può vantare un certo primato di cui sono testimonianza le presenze di Domenico Baccarini, Giuseppe Ugonia, Domenico Rambelli, Ercole Drei, Giovanni Guerrini e Francesco Nonni: tutti artisti destinati a carriere di livello almeno nazionale nei campi della pittura, della scultura e della grafica. Sulla loro scia si formeranno Giovanni Romagnoli e Franco Gentilini ma è con Giannetto Malmerendi e Roberto Sella che l'indagine del vero soprassiede a particolari cifre stilistiche per aprire un capitolo non ancora totalmente apprezzato. Uno scultore come Angelo Biancini dimostra, proprio negli anni del regime fascista, una particolare sensibilità nei confronti del reale che si costituisce (tra Faenza e Laveno) come una delle punte della scultura di quegli anni. A Forlì si può parlare di una locale scuola che, dopo Antonello Moroni, vanta i nomi di Pietro Angelini, Giovanni Marchini e Carlo Stanghellini prima di giungere alla generosità creativa di Maceo Casadei e di suoi emuli come Gino Mandolesi e Gianna Nardi Spada. A Cesena la figura di riferimento, fin quasi alla seconda guerra mondiale, rimane Gino Barbieri, mentre a Cotignola è attivo in maniera poliforme il politecnico Luigi Varoli, dalla cui scuola sono usciti tanti artisti destinati a godere di maggiori attenzioni del comune maestro stesso (Umberto Folli, Ettore Panighi, Gaetano Giangrandi, Giulio Ruffini, Francesco Verlicchi). A Imola, Tommaso Della Volpe per molto tempo è stato ingiustamente relegato a rappresentare la declinazione locale di trascorsi movimenti. Vari e complessi sono stati i motivi per cui le avanguardie storiche e le tendenze più effrattive, pur manifestandosi anche in Romagna, non hanno qui trovato sedimentazione e rimane il fatto che la tensione figurativa rimane sempre ad alto livello.

E lo stesso si può dire per le vicende artistiche romagnole del secondo dopoguerra dove campeggiano, almeno, Alberto Sughi, Giovanni Cappelli, Umberto Folli e Mattia Moreni. Questa persistenza ha conquistato, poi, maggiore rilevanza e notorietà a seguito dei fenomeni nazionali e internazionali che, a partire dai primi anni ottanta, hanno riconsegnato all'arte i tradizionali mezzi espressivi. Si apre così il capitolo, non certo avaro, degli artisti romagnoli contemporanei dediti alla figurazione. A Imola Bertozzi e Casoni; a Bagnacavallo Nicola Samorì; a Lugo Piero Dosi; a Castel Bolognese Alberto Mingotti; a Meldola Luca Freschi; a Ravenna Davide Reviati; a Gambettola Erich Turroni; a Cesena Federico Guerri; a Zattaglia Dioscoride Dal Monte, a Bagnacavallo Massimiliano Fabbri, a Traversara Lucia Baldini; a Faenza Nedo Merendi, Aldo Rontini, Pietro Lenzini, Claudio Montini, Danilo Melandri, Cesare Reggiani, Innokentij Fateev; a Forlì Miria Malandri, Alfonso e Nicola Vaccari, Silvano D'Ambrosio, Marco Neri, Angelo Fabbri, Ivo Gensini, Stefano Gattelli, Angela Maltoni, Enrico Lombardi, Matteo Lucca, Matteo Sbaragli, Cristiano Tassinari, e tanti altri, sono gli attuali protagonisti di una vicenda lunga un secolo e foriera di ulteriori sviluppi.