Imola

Un imolese nella troupe di Pupi Avati

A 28 anni Umberto Bendini conquista la fiducia del regista bolognese e finisce a Roma sul set con Sharon Stone, ma sogna Londra

Un imolese nella troupe di Pupi Avati
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22/marzo/2015 - h. 18.00

IMOLA - Di aneddoti ce ne sarebbero tanti. Quella volta che la diva ha sbottato sul set, oppure quella sfuriata del regista quando la tal ripresa è andata storta. Quelli che si possono raccontare? Beh pochi. La riservatezza è una virtù preziosa quando si lavora per il grande schermo. A maggior ragione se la sedia del direttore è occupata nientemeno che da Pupi Avati. E’ nella troupe del regista felsineo che da due anni si è conquistato un posto Umberto Bendini. Da Imola se n’è andato a Urbino ancora ai tempi dell’università, e dopo la laurea in Scienze della comunicazione, ancora ragazzino, è finito a Roma con tutte le intenzioni per entrare a far parte del mondo del cinema. Ora, a 28 anni, vive e lavora sul set. Tra gli ultimi impegni importanti c’è “Un ragazzo d’oro”, pellicola firmata da Avati con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone e Cristiana Capotondi, uscita lo scorso settembre. Si tratta della prima fra le produzioni del fratello Antonio Avati (assieme all’altro lungometraggio del 2013, “Il bambino cattivo”) a essere stata girata in digitale. Bendini ci è arrivato con una buona dose di gavetta, caparbietà e fortuna.

“Venivo da alcuni anni di lavoro come stagista (in produzioni, regia e via dicendo. Per lavorare mi ero attaccato alla cornetta del telefono per convincere uno studio che ero la persona giusta. Qui ho avuto il contatto con Antonio Avati e la ‘Duea film’. Ci ho parlato e ho avuto il posto di data manager”. Per capire di che si tratta è necessario alzare quel velo magico che nasconde ai profani i retroscena dei making of: “E’ essenzialmente un tecnico della macchina da presa digitale - spiega Bendini -. Deve scaricare il girato dal set fino alla post-produzione”. Una figura specialistica, di quelle alle quali approdano molti di coloro che inseguono il sogno della regia. Come quello che al terzo anno di università aveva spinto lo studente imolese a scegliere l’indirizzo cinematografico, laureandosi con un backstage di un corto vincitore al Festival di Fano. E’ stato frequentando la ‘Shoot academy’ di Roma, che ha conosciuto meglio le tante sfaccettature del mestiere, appassionandosi a “quell’approccio tecnico artigianale - come lo chiama lui - di cui ora non potrei fare a meno”. Un’inclinazione che è piaciuta ai fratelli Avati, che l’hanno riconfermato per gli ultimi quattro film, con una fiducia quasi paterna trasmessa dal faccione barbuto del regista (“Quasi un coetaneo, un uomo di un’affettuosità e una simpatia esagerate, gentile ma con una fucilata pronta dietro la schiena per chi sgarra”).

E’ fresco il ricordo delle prime scene girate con loro:
“Mi sono ritrovato sbattuto in piazza del Popolo con Scamarcio, Sharon Stone (alla quale ho scambiato non più di un ‘thank you’ o un ‘good morning’ per non restare imbambolato dal suo fascino glaciale), decine di fotografi impazziti, e io che ero in trance da prestazione...”. I colpi di testa della diva americana - come la fuga dal set protestando per la presenza dei paparazzi e facendo chiamare il suo avvocato da Los Angeles - quasi sono scivolati via. Per districarsi nella finta Eldorado cinematografica - si diceva - la riservatezza conta. Ma soprattutto vale l’aggiornamento alle ultimissime novità e “avere sempre molta fame”. Non c’è tempo, insomma, per tergiversare e gustarsi il film al cinema. Ecco perché i progetti paralleli, “le mie valvole di sfogo creativo”, non mancano. Assieme a un gruppo di colleghi è nata la ‘Toast produzioni’, che l’anno scorso ha sfornato “Margie”, selezionato al Shortfilm corner di Cannes. Sempre con Pupi Avati, invece, è in cantiere un mediometraggio per Trenitalia da presentare all’Expo, mentre altri lavori recenti l’hanno coinvolto in una cooproduzione italo-inglese con Giancarlo Giannini e Christopher Lambert. Appare di buon auspicio per un possibile futuro, oltre la Manica. Perché Bendini sogna Londra. “E’ quella la nuova Hollywood”, spiega. Una meta distante - se le ossa sono buone - appena un paio d’ore da casa.

Federico Spadoni