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Contavalli e Castronuovo ricevono le Lanterne d'oro

Doppia intervista ai due cittadini imolesi che questa sera riceveranno il riconoscimento dalle mani dell'assessore Gavalotti

Paola Contavalli

Foto Sanna

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31/luglio/2012 - h. 19.45

IMOLA - Verrà consegnato questa sera il premio della Lucerna d'oro, riconoscimento conferito dalla città di Imola per "l'arte, la cultura e lo spettacolo". L'assessore alla Cultura Valter Galavotti consegnerà l'onoreficienza cittadina a Paola Contavalli e a Antonio Castronuovo. Vi proponiamo le interviste de La Voce di Romagna ai due premiati.

Antonio Castronovo
Nato in Lucania, ad Acerenza, basta lo scambio di poche parole per capire di trovarsi di fronte ad una delle rare persone capaci di affrontare la profondità del pensiero con una leggerezza tale da rendere semplice il complesso. Un'arte che trova nei suoi celebri aforismi la coniugazione ideale. La motivazione del suo riconoscimento recita: "Sa parlare dell'attualità e della tradizione con sensibilità e ironia, interpretando al meglio il concetto di cultura".

Bene. Descriva la cultura dei giorni nostri?

"Non sono d'accordo con la vulgata comune che parla di crisi della cultura. Qui se c'è qualcosa che crolla è la pseudo-cultura, quella dei passaggi televisivi o delle immagini. Quella finanziata dagli altri. La cultura vera, quella fatta da individui appassionati, isolati e senza finanziamenti pubblici, è destinata a non finire mai. In questo deserto che viviamo, ci sono in realtà piccole luci accese, persone che hanno sempre fatto cultura senza chiedere soldi. Eroici della cultura. Se tutto si spegnerà questi resteranno".

Cosa ne pensa del premio che sta per ricevere?

"Sono ovviamente molto felice, un bel riconoscimento cittadino che viene dato un po' ai vecchi che hanno già fatto e non a quelli che stanno facendo qualcosa".

Un riconoscimento alla carriera. Cosa l'ha portata a Imola da Acerenza?
"Sono immigrato non clandestino, arrivato a 18 mesi di età. Mio babbo era funzionario dell'allora Ufficio del registro. Io un bambinello in carrozzina. Ho fatto tutti gli studi qui, adeguandomi in una città culturalmente molto accogliente. Ma non mi sono mai sentito imolese, anzi, sono molto lontano dalla tipologia media cerebrale imolese. Nel contesto di Imola c'è spirito gregario. Io sono un puro individualista e non ho mai amato il modo di fare cultura
in branco".

Lei ha studiato e scritto di Futurismo. Cos'ha la Romagna di futurista?
"Nulla. Ammiro molto il futurismo dell'agire da rottura culturale, in quello stagno che era l'Italia giolittiana. Oggi la Romagna è una regione tradizionalista con immagine di cultura assolutamente errata che scambia la cultura con la salsiccia e la tagliatella all'uovo. Quello che vedo è una Romagna in linea con la vulgata culturale degli ultimi".

Che potenza gli aforismi. Come si creano?
"L'aforisma è un genere letterario che amo e che ho praticato moltissimo. Ho scritto "Tutto il mondo è palese" che si è piazzato al premio Torino. Un genere particolare perché è molto facile che scada: l'aforisma corre il rischio di diventare battuta, barzelletta.
In quella riga e mezzo si riesce a capire se l'aforisma è grande o no.  Noi abbiamo in Romagna uno dei più grandi: Leo Longanesi, uno dei più geniali
che la storia dell'aforisma abbia avuto. E' un genere apparentemente semplice, ma bisogna passarci tanto tempo. Solo uno sciocco pensa ci voglia poco".

Castronuovo è reggente del Collagio del Patafisic, "la scienza delle soluzioni immaginarie". La prossima domanda sorge spontanea. C'è una soluzione patafisica a questa crisi economica?
"Credo che la crisi sia qualcosa che ci dicono, nata da alcuni finanzieri affamati e plutocrati. Forse una soluzione patafisica sarebbe accendere un cerino e dare fuoco a tutto il mondo. Una soluzione molto illuminata".


Paola Contavalli
Artista imolese, sarà premiata il 31 luglio con la Lanterna d'oro. Onorificenza della città per aver portato con la sua passione e arte la cultura italiana nel mondo. Erede della tradizione di famiglia, antica scuola imolese di liutati, Paola Contavalli entra nella musica e ne esce con la letteratura. Si appassione e studia, approfondisce e divulga. Ma prima di tutto sogna.

Cosa la stupisce ogni volta che porta la sua arte all'estero?
"Difficile fare una rassegna di tutti i Paesi. Mi viene in mente l'Argentina, dove recentemente sono stata nominata Gran dama del Tango, per l'interpretazione di questa danza, ampliata al campo letterario.
Per quanto Buenos Aires sia un paese povero, danno molta importanza alla cultura. Lì ci sono concerti e spettacoli a tutte le ore. Nei grandi teatri si comincia alle 13 con numerosi studenti che in pausa pranzo preferiscono ascoltare musica. E possono contare su concerti di altissimo livello. Una
volta a San Paolo, in Brasile, portai uno spettacolo sull'Italia tra le due guerre mondiali. Cantai così le canzoni della resistenza, come "Bella
ciao". Mi dissero poi dal consolato, che all'uscita dal teatro c'erano noti fascisti che se ne andarono fischiettandone il motivetto".

Si è mai chiesta il perché di questo legame tra la Romagna e la musica?
"Credo che la musica sia innata in tutti i popoli. Uno la sviluppa in un modo o in un altro. E' una cosa innata. Con la canzone sembra che si parli di un
oggetto frivolo. Ma se pensiamo agli antichi cantori, cantavano le gesta degli Dei accompagnanda con la Cetra. Quando si parla di musica, bella
o brutta, è difficile mettere dei paletti. Anche i grandi classici, Brahms o Beethoven, si sono ispirati alle tradizioni popolari. Questo è il bello: la musica ha sempre unito culture, idee diverse, fondendo tradizioni diverse".

Senza bisogno di ulteriori domande, Paola Contavalli si apre e procede ispirata:
"Vorrei un paese governato da poeti. Avrebbero le parole e i sogni giusti. Anche Galileo prima di formulare le sue teorie ha sognato. Nei discorsi dei tecnici è come se il progresso e la cultura fossero solo misurati con il denaro. La Grecia non può fare parte dell'Europa perché non ha abbastanza soldi. Ma per carità. Manca questo. E questo nasce dalla cultura. Non è solo che i politici sbagliano i congiuntivi. E' che non vanno al di là dei calcoli".

Federico Tosi