economia

Le ragioni della direttiva Bolkestein

Sugli oltre 4mila chilometri di costa italiana continuano ad insistere i pensieri futuri di bagnini e governatori. La battaglia non è ancora ufficialmente cominciata. Ecco le carte in tavola e i costi

Frits Bolkestein
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24/marzo/2012 - h. 12.25

ROMAGNA - Il sistema normativo italiano delle concessioni balneari è stato messo in discussione dalla direttiva Bolkestein, commissario olandese della Comunità europea che punta il dito sull’aver rinnovato automaticamente sempre agli stessi affidatari i 4.042 chilometri di coste italiane. Attualmente questo sistema è regolato dall’art 822 c.c. in ordine al demanio pubblico e da alcune leggi speciali: in particolare dagli articoli 36 e 37 del codice della navigazione. Testi che dispongono: “L'amministrazione marittima, compatibilmente con le esigenze del pubblico uso, può concedere l'occupazione e l'uso, anche esclusivo, di beni demaniali e di zone di mare territoriale per un determinato periodo di tempo. Nel caso di più domande di concessione, è preferito il richiedente che offra maggiori garanzie di proficua utilizzazione della concessione e si proponga di avvalersi di questa per un uso che, a giudizio dell'amministrazione, risponda ad un più rilevante interesse pubblico".

La legge n.88/2001 art.10 introdusse poi nuove disposizioni in materia di investimenti attraverso il meccanismo del rinnovo automatico della durata delle concessioni demaniali marittime e che, per le imprese balneari, fu di sei anni. Alla scadenza dei quali si rinnovano automaticamente per altri sei anni e così successivamente ad ogni scadenza. La legge n. 296/2006 che modificò l'articolo 3 del d.l. n. 400/1993, offrì poi la possibilità di essere titolari di concessioni demaniali marittime per una durata non inferiore a 6 anni e non superiore a 20 anni “in ragione dell'entità e della rilevanza economica delle opere da realizzare e sulla base dei piani di utilizzazione delle aree del demanio marittimo predisposti dalle regioni”.

L’Europa contesta quindi all’Italia la compatibilità del diritto preferenziale di insistenza e la compatibilità del rinnovo automatico della concessione alla scadenza. A parere della Commissione Europea detti due aspetti contrastano con i principi di libertà di stabilimento delle imprese comunitarie (art. 43 Trattato CE) e di imparzialità, trasparenza e pubblicità delle procedure di selezione dei concessionari (art. 12, direttiva 2006/123/CE). Infatti, per effetto della “direttiva servizi”, le concessioni sul demanio marittimo non potrebbero più essere rinnovate automaticamente ma anzi dovrebbero essere oggetto, così come succede in altri parti dell'Europa, di un bando con procedura di evidenza pubblica alla scadenza temporale di ogni concessione. Secondo le norme Ue, le concessioni dovranno avere quindi una durata appropriata e alla fine del periodo limitato deve essere garantita l'apertura alla concorrenza.
Tutti dovranno quindi aver la possibilità di fare la propria offerta al fine di ottenere suolo demaniale in concessione che, alla scadenza, verrà nuovamente rimesso all’asta, permettendo in questo modo allo stato di realizzare guadagni proporzionati agli incassi delle attività oltre ad ottenere un salutare rinnovo tra i gestori. Non sarà quindi un ente pubblico, bensì il libero mercato, a decidere quanto dovrà essere elargito per ottenere in concessione la spiaggia. Se pensiamo poi che secondo una stima della società pubblica Patrimonio dello Stato, gli stabilimenti italiani versano per le concessioni appena il 5% del fatturato delle proprie attività, mentre per una normale attività commerciale l’affitto del locale incide fino al 35-40% del giro d’affari, questa normativa europea, sotto questo punto di vista, introduce oggettivamente maggiore equità.

Ma non è finita, perché quello della riscossione dei canoni attuali è comunque per lo Stato un vero problema. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio, dei 300 milioni da riscuotere, lo Stato riesce in media ad incassarne solo la metà. In molte regioni del sud Italia - sembra impossibile - i concessionari non pagano. Inoltre senza aprire i bandi a nuovi operatori, le concessioni sono passate nel corso dei decenni da padre in figlio, come se fossero beni di famiglia, anziché patrimonio pubblico. Addirittura c’è un mercato: le concessioni non possono essere vendute, ma i titolari cedono direttamente le società a cui è intestata l’autorizzazione. Un modo per aggirare, legalmente, la legge, ma in forte odore di speculazione. Ad oggi il governo non ha comunque preso provvedimenti che offrano tutele concrete agli investimenti di migliaia di bagnini che hanno in questi anni acceso mutui. Nel decreto Milleproroghe è stato infatti abrogato il diritto di insistenza per il rinnovo della concessione ed è stata prorogata al 31 dicembre 2015 la proroga delle concessioni demaniali, alla cui scadenza si potrà però correlare l'ammontare degli investimenti con la durata della futura concessione.

L’asta ad evidenza pubblica quindi non è stata ancora scongiurata. Nemmeno il federalismo demaniale introdotto con il Decreto Legislativo n. 85 del 28 Maggio 2010, dove è stata attribuita la titolarità di gran parte dei beni del demanio dello Stato alle Regioni, Province, Comuni e Città Metropolitane, è in grado di aggirare la direttiva Bolkestein. Detto decreto in effetti non cambia nulla della disciplina delle concessioni demaniali marittime e dei canoni che vengono pagati per esse. Il 1° comma dell’art. 4 stabilisce che i beni del demanio marittimo non entrano a far parte del patrimonio disponibile delle Regioni, a differenza della maggioranza dei beni demaniali trasferiti, e che essi restano assoggettati al regime stabilito dal Codice Civile, dal Codice della Navigazione, dalle leggi statali e regionali e dalle norme comunitarie di settore, con particolare riguardo a quelle di tutela della concorrenza (inclusa quindi anche la Direttiva “Bolkestein” sulla concorrenza nel settore dei servizi). Su questi beni non possono, quindi, essere costituiti diritti di superficie. Inoltre preme evidenziare, come le Regioni non abbiano in ogni caso la competenza legislativa per determinare la misura dei canoni delle concessioni demaniali marittime, dato che tale facoltà è attribuita allo Stato (ai sensi del 3° comma dell’art. 117 della Costituzione) che ha lasciato intendere dall’ultimo comunicato, che tra le esigenze vi è anche quella tributaria. Dall’incontro dei rappresentanti dei bagnini di fine febbraio con i Ministri Guidi e Moavero infatti è emerso che il futuro dei bagnini rimane tuttora incerto: “Bisogna contemperare i legittimi interessi degli operatori con il rispetto della direttiva e dei trattati comunitari e le esigenze dell’erario”.

Giorgio Venturi

 

COMUNI          N°STABIL.   IMPORTO CANONI     ADDIZIONALE
                                             CONCESSIONI           REGIONALE


Bellaria Igea   144              € 322.400,00                € 16.120,00

Cattolica           90              € 217.000,00                € 10.850,00

Cervia             324              € 821.500,00                € 41.075,00

Cesenatico      219              € 492.900,00               € 24.645,00

Comacchio      160              € 620.000,00               € 31.000,00

Gatteo               22              € 60.450,00                 € 3.022,00

Misano adr.       84              € 263.500,00               € 13.175,00

Ravenna          242              € 691.300,00              € 34.565,00

Riccione          200             € 325.500,00                € 16.275,00

Rimini            540             € 505.300,00                  € 25.265,00

San Mauro P.   13             € 31.775,00                   € 1.588,00

Savignano          1              € 2.900,00                    € 147,00

TOTALE            2.039            € 4.354.525,00         € 217.727,00

Imprese Balneare Liberalizzazione o Confisca?

24/03/2012 23:41

Postato da fabrizio

Lo Stato confischerà le Imprese Balneari per metterle all'Asta .. e la chiamano Liberalizzazione!