Conselice

Maltrattamenti al nido, la Cassazione accoglie il ricorso di una 'mamma coraggio'

Rinviati al giudice civile gli atti relativi alla referente comunale dell'asilo dopo l'azione legale della famiglia di una bimba vittima delle angherie: "Sapeva cosa avveniva lì dentro e non ha mai detto nulla"

Maltrattamenti al nido, la Cassazione accoglie il ricorso di una 'mamma coraggio'

L'asilo Mazzanti di Conselice

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05/febbraio/2018 - h. 20.21

CONSELICE - Ricorso accolto, sentenza annullata. Così ha stabilito la Corte di Cassazione in merito al ricorso di parte civile presentato dai genitori di una bimba, vittima di maltrattamenti nell’asilo nido di Conselice. Annullate le statuizioni civili della sentenza di appello che aveva condannato per omessa denuncia una dipendente del Comune, referente dell’asilo nido “Mazzanti” per conto dell'amministrazione pubblica. Ora gli atti sono rinviati al giudice civile. Arrivata a processo per favoreggiamento, la donna era stata condannata in primo grado per concorso in maltrattamenti per omissione. Secondo i giudici "aveva visto e taciuto". Una condanna ribaltata però in appello quando la donna venne condannata per omessa denuncia a una pena pecuniaria di 300 euro. Bambini picchiati, offesi, rinchiusi in bagno, infilati di testa nel water. La perizia parlò di “situazioni di terrore”. Questo il quadro accusatorio con cui a vario titolo furono processate in abbreviato tre maestre dell’asilo Mazzanti, due condannate in appello, una terza ha invece patteggiato. Lo scenario che potrebbe aprirsi è ancora difficile da scorgere ma “speriamo sia un primo, piccolo, passo per stabilire definitivamente che chi sa e non agisce commette un reato” afferma Ilaria Maggi, presidente de La Via dei Colori onlus, associazione che è stata fin dal principio al fianco della famiglia ricorrente, difesa legalmente dall’avvocato Giulio Canobbio, del Foro di Genova. Nel ricorso si sottolineava infatti come per un periodo di quasi quattro anni la dipendente comunale "abbia quotidianamente assistito ai maltrattamenti posti in essere dalle sue colleghe". E persino la Corte d’Appello ravvisava, se non “una volontà di coadiuvare le illecite azioni delle colleghe”, comunque “l’intento omertoso di tutelare prima di tutto se stessa”. Non molla mamma Irene, promotrice del ricorso: “Nel mio vocabolario questa parola non esiste. Per la mia bambina e anche per tutti gli altri. Siamo partiti in 50 e sono rimasta io, io con La Via dei Colori. Andrò avanti fino alla fine, fino a che non avremo percorso tutte le strade possibili per avere giustizia”.