Forlì

Suicidio Rosita Raffoni, i giudici: "La ragazza viveva la famiglia come una segregazione"

Le motivazioni della sentenza per cui l'Assise ha condannato per maltrattamenti i genitori e gli hanno assolti per l'istituzione al suicidio

Suicidio Rosita Raffoni, i giudici: "La ragazza viveva la famiglia come una segregazione"

Il luogo di caduta del liceo. Nella foto piccola, Rosita Raffoni

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14/settembre/2018 - h. 09.58

FORLì - Sono state depositate le sentenze della condanna dei genitori di Rosita Raffoni, la sedicenne che si uccise gettandosi dal tetto di una scuola: i due genitori sono stati condannati per maltrattamenti. I giudici della Corte di assise di Forlì parlano di una "patologica situazione relazionale creata da condotte improntate a castrazione e repressione, denunciate dall'impotente e inerme vittima nella maniera più inequivocabile". La sentenza è lunga 145 pagine. 

Sostengono i giudici "Le decisioni prese dalla famiglia Raffoni, dalle più banali a quelle di maggior impatto emotivo non rappresentano mai scelte a contenuto o a funzione educativa. Non c'era nulla di pedagogico o educativo nelle limitazioni imposte a Rosita, che subiva sistematiche e insormontabili negazioni, a fronte delle quali la minore - proprio perché era un'adolescente tutt'altro che viziata, smetteva anche di chiedere, sperando solo di poter allontanarsi da quella famiglia e da quel clima che ormai viveva come una segregazione". Il padre è stato invece assolto dall'accusa di istigazione al suicidio. La Procura di Forlì, le indagini sono state coordinate dai pm Filippo Santangelo e Sara Posa, aveva chiesto condanne a sei anni per il padre, due anni e  mezzo per la madre. 

L'assoluzione del padre è spiegata dall'assenza di dolo. In sintesi - dicono i giudici - per quanto i genitori volessero assoggettare Rosita alla loro volontà, non pensavano che la ragazza potesse suicidarsi. A pesare sull'imputazione un litigio accaduto un paio di giorni prima della morte della giovane, quando la ragazza minacciò di buttarsi dal tetto del liceo. Vedendola rientrare, il padre il giorno dopo le avrebbe chiesto: "Allora, non ti sei buttata?". Secondo i giudici il fine non era quello di "indurla a suicidarsi" ma di "umiliare Rosita". Nella visione dei genitori la probabilità che davvero la secidenne potesse uccidersi "era assolutamente inesistente".