Ciclismo

Marangoni chiude la carriera sfiorando la vittoria

In Cina il corridore di Cotignola centra un quarto posto onorando 11 anni di professionismo

Alan Marangoni

Alan Marangoni

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31/ottobre/2018 - h. 11.49

RAVENNA - Ha chiuso da protagonista. Ha detto addio al ciclismo con un bel piazzamento e con il premio del più combattivo di giornata: un riconoscimento che rappresenta un’intera carriera fatta di sacrificio, grinta, serietà e classe. E anche se lui si schermirà dicendo che è un umile pedalatore, un portatore di borracce, bisogna sottolineare l’ultimo termine. Classe. Se non ne hai neanche un briciolo non passi professionista e non ti fai undici stagioni ad alto livello come Alan Marangoni. 

Il 34enne ciclista di Cotignola ha detto basta questa mattina. Dall’altra parte del mondo: in Cina, nell’ultima tappa del Tour of Hainan. Alla partenza, come ha confidato a Tuttobiciweb, aveva il battito accelerato, l’adrenalina a mille ma le gambe (e la testa, inevitabilmente) leggere: dopo oltre un decennio trascorso a pedalare in tutti i continenti era il momento dell’ultima recita. Gli resta solo un’appendice domenica prossima in Giappone al Tour of Okinawa, la passerella finale.

In Asia Marangoni ha centrato la fuga di giornata e ha pure sfiorato quel successo che tra i pro non ha mai acciuffato per rispetto delle gerarchie di squadra ma anche per sfortuna: il passista della Nippo-Fantini ha chiuso al quarto posto del gruppetto dei sei attaccanti preceduto dallo svizzero Pellaud, dall’olandese Schulting e da Lorenzo Rota. 

Verrebbe da dire che proprio l’ultimo giorno ha dato tutto ma non sarebbe esattamente corretto e faremmo un torto a una carriera cominciata con la gloriosa maglia gialloblù della Cotignolese: Alan in sella ha sempre fatto il massimo, non si è mai risparmiato. Fedele al suo ruolo di gregario, si è speso per campioni come Nibali, Cunego o Sagan di cui qualche anno fa era la controfigura in corsa: se succedeva qualcosa al fuoriclasse slovacco, Marangoni doveva essere pronto a soccorrerlo, passargli la bici e all’occorrenza, come recita l’Abc del domestique, spingerlo mentre faceva pipì. Ha lavorato sodo per permettere agli altri di gioire assieme a tutto il team dimostrando, casomai qualcuno avesse ancora incertezze, che il ciclismo è sì uno sport individuale ma se non hai la squadra vai poco lontano. Ecco allora il capolavoro della tappa di Albi al Tour de France 2013 quando tutta la Cannondale si mise in testa al gruppo per più di 100 chilometri e lo frantumò per servire lo sprint a Sagan su un piatto d’argento. 

Si è battuto a lungo per il tricolore a cronometro centrando un paio di podi; ha onorato la maglia azzurra, vestita da dilettante e da professionista; ha alzato la testa e ha guardato fuori dal proprio mondo con curiosità e intelligenza battendosi per cause solidali (sportive e umane); già dai contenuti suoi profili social, dove non mancano ironia e spunti di riflessione, appare lontanissimo dallo stereotipo del corridore “ciao mama sono arrivato uno” e  “grazie tante al mio sponsor”; ha avuto un fan club spettacolare che lo ha identificato in tutto il mondo delle due ruote a pedali e il cui approccio al tifo (passionale eppure scanzonato) dovrebbe essere preso ad esempio da tutti gli appassionati di sport, a partire dai buzzurri del calcio. 

Il rimpianto più grande, appunto, resta quella vittoria da dedicare al nonno e che non è mai arrivata. Un successo che avrebbe meritatamente gratificato tutta una famiglia votata al ciclismo: il fratello Samuel, ex dilettante e adesso tecnico di valore tra i pro, il padre Gian Domenico, presidente, anima e istituzione della Cotignolese e la madre cresciuta tra ruote, cambi e borracce dato che è figlia di un direttore sportivo. Brucia ancora la tappa di Forlì al Giro d’Italia 2015 quando Marangoni fu ripreso all’ultima curva a causa di un’incomprensione con il compagno di fuga e di allenamenti Alessandro Malaguti. Anche allora arrivò un quarto posto come oggi ma la delusione fu enorme mista però all’orgoglio di sfrecciare in testa alla corsa di fronte a parenti, amici, fan club e all’intera Romagna che idealmente lo spingeva verso un traguardo che avrebbe meritato come pochissimi altri. Il titolo di campione del mondo dei gregari però non glielo toglie nessuno: lo è stato per anni raccogliendo il testimone (la borraccia, pardon) da altri illustri faticatori romagnoli come Luciano Pezzi e Roberto Conti.

Adesso che scende dalla bici, siamo sicuri che le sue qualità umane, assieme al grande bagaglio sportivo, gli permetteranno di essere ugualmente apprezzato (se non di più) e di trovare un proprio posto tra i “normali”. Buona vita Alan, e grazie di tutto. 

ECon