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Da Favia a Sarti, passando per Pizzarotti, Mucci e Vandini: le stelle cadute del firmamento grillino in Emilia-Romagna

L'elenco dei pionieri che contribuirono a fondare il Movimento e che ora non ne fanno più parte è lungo. La giovane riminese ha resistito finora ma ora anche per lei potrebbe arrivare l'espulsione

Da Favia a Sarti, passando per Pizzarotti, Mucci e Vandini: le stelle cadute del firmamento grillino in Emilia-Romagna

Beppe Grillo A Ravenna. Dietro di lui, a destra con la camicia marrone, Pietro Vandini. Il secondo da sinistra è Defranceschi, accanto a lui in camicia c'è Favia

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28/febbraio/2019 - h. 17.17

Giulia Sarti è solo l'ultima stella di un firmamento luminoso fino a qualche anno fa che si è spento a furia di espulsioni, fuoriuscite e litigi. Almeno fino al 2015 la galassia grillina emiliana-romagnola era un fulgido esempio di astri nascenti. Il primo è Giovanni Favia, bolognese che sotto le due torri nel gennaio 2009 si candida a sindaco ottenendo il 3,2 per cento dei voti. Una percentuale che oggi fa sorridere ma all'epoca era il primo giro di apriscatole nella scatoletta di tonno delle istituzioni, per usare una metafora cara a Grillo. Favia non resta molto a Palazzo d'Accursio. Alla fine di quell'anno si candida in Regione dove viene eletto insieme al collega Andrea Defranceschi. Nello spazio di un anno il Movimento sale al 6 per cento dei consensi. Visto che puntavano al 5 per cento, si può ben dire che fosse un risultato al di sopra delle attese.

Possibile che l'Emilia-Romagna, la rossa, stesse cambiando colore? I segnali c'erano ma non vennero colti. La Lega Nord, ad esempio, a quelle elezioni prende il 13 per cento, risultato mai raggiunto da queste parti. Insomma, dieci anni fa un ipotetico governo giallo-verde avrebbe goduto già di quasi il 20 per cento dei consensi nelle province da Rimini a Piacenza. Il 2009, quindi, è l'inizio di questo lungo percorso. 

L'anno dopo il Movimento sceglie Cesena per lanciare, a settembre, la sua Woodstock a Cinque Stelle. Un'iniziativa a chilometri zero, molto ambientalista e ancora molto grillina, nel senso che Beppe Grillo tirava totalmente la carretta e parlava di un "sogno che parte da qui", dalla terra di elezione dove, più che altrove, i grillini stavano pescando dai voti della sinistra. Delusi dal Pd – non ancora renziano, per chi tendesse a dare all'ex premier tutte le colpe – che si muovevano verso i temi della legalità, della sostenibilità e della “decrescita felice” teorizzati da un gruppo di giovani utopisti. Tanti ospiti, cantanti, attori, musicisti, si alternano sul palco. Paolo Lucchi, sindaco Pd di Cesena appena eletto, stringe la mano a Grillo e vede nell'evento soprattutto un concerto. Si sbaglia.

Questo è invece il terreno, il primo seme dopo i V-Day, nel quale cresce, pur nelle proprie diversità, quella generazione che ha segnato il primo grillismo emiliano-romagnolo. Nel 2011 Pietro Vandini, un giovane ex pizzaiolo di Ravenna, ottiene il 9,3 per cento alle elezioni comunali vinte da Fabrizio Matteucci. Vandini si porta dietro due consiglieri e il Movimento entra quindi nel municipio della città che era considerata da sempre la roccaforte dalemiana per eccellenza. A Rimini, città meno “rossadi Ravenna, il candidato Luigi Camporesi raggiunge la doppia cifra e arriva all'11 per cento. È niente rispetto a quanto accade nel 2012: Parma, città passata attraverso difficili mandati amministrativi, cade in mano ai grillini. A vincere è Federico Pizzarotti, consulente finanziario 39enne che pochi anni prima si era candidato come consigliere regionale. Pure un altro importante centro viene conquistato dal Movimento: Marco Fabbri – 29 anni - vince il ballottaggio a Comacchio. Inizia così la stagione dei sindaci a Cinque Stelle. 

Nel 2013, poi, la tornata elettorale più importante. Il Movimento è ormai maturo per candidarsi alle elezioni politiche e in Emilia-Romagna ottiene un clamoroso 24,6 per cento. È il secondo partito del territorio dopo il Pd (37 per cento) ma a Rimini, addirittura, lo sorpassa. La Lega,nel frattempo a livello regionale rincula al 2,6, saliscendi che il Carroccio da queste parti ha conosciuto diverse volte. Alla Camera, in cima alla lista dei Cinque Stelle ci sono due giovani donne romagnole: Giulia Sarti, 27enne riminese laureata in giurisprudenza, e Mara Mucci, 31enne imolese, mamma, ex campionessa di nuoto e consulente informatica.

Questi nomi sono i pionieri del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna, alcuni dei quali hanno avuto una rilevanza enorme a livello nazionale. Ce ne sono, certo, altri ma quelli di cui abbiamo parlato hanno tutti un denominatore comune: Sarti a parte, ma sembra che il suo destino non sarà diverso, non fanno più parte del Movimento. Favia ne esce già nel 2012: ospitato in tv usa parole molto dure, in un fuori onda, sulla gestione dei Cinque Stelle da parte di Gianroberto Casaleggio. Espulso. Si candida poi alla Camera per Rivoluzione Civile senza successo. Il suo collega Defranceschi è espulso dopo una vicenda di presunte interviste a pagamento che aveva coinvolto diversi consiglieri regionali. Ora non è più in politica. «Ne ho sopportate troppe a Bologna», ha detto qualche anno fa al Fatto Quotidiano.

Continua la sua carriera politica fuori dai Cinque Stelle anche Luigi Camporesi. Si dimette da consigliere comunale a Rimini nel 2014, nel 2015 abbandona il Movimento che stava andando “in direzione esattamente opposta a quella da me auspicata”. Alle elezioni successive torna in municipio con la lista Obiettivo Civico. Mara Mucci esce dal gruppo parlamentare insieme ad altri nove dissidenti nel 2015 e oggi definisce il Movimento come una grande delusione. Marco Fabbri è ancora primo cittadino di Comacchio ma è stato rieletto senza il simbolo dei Cinque Stelle. Espulso nel 2014 con un “post scriptum” sul blog di Grillo perché nelle nuove Provincia di Ferrara aveva accettato di occuparsi di Turismo come assessore. Carica non retribuita e accettata nell'ottica di una collaborazione territoriale. Quando viene espulso parla di deriva “fascista” del M5S. Nel 2018 si è ricandidato ed è stato confermato. 

Una situazione simile a quella vissuta da Pizzarotti a Parma. Indagato per abuso d'ufficio in un'inchiesta sulle nomine al Teatro Regio viene sospeso. Quando il caso, qualche mese dopo, è archiviato Pizzarotti chiede quindi di essere reintegrato, senza ottenere risposta. A quel punto – è l'ottobre del 2016 - lascia il Movimento, con il quale comunque il rapporto non era liscissimo da qualche tempo. Anche Pizzarotti è al suo secondo mandato, rieletto con una propria lista civica e con ampio margine. Ha poi lanciato negli ultimi mesi Italia In Comune, un movimento che potrebbe correre alle prossime regionali e a cui ha aderito anche il ravennate Vandini. Pure lui ha lasciato i grillini dopo che il Movimento ravennate, nel 2016, si è frantumato per questioni interne e da Milano è stato negato il simbolo per le elezioni amministrative. Vandini non si era ricandidato e lo scorso anno ha annunciato il suo addio ufficiale al partito.

È proprio Vandini a commentare su Facebook la vicenda che oggi tocca Giulia Sarti, pubblicando una foto in cui loro due sono insieme al sindaco di Parma. “È una di quelle che ha vissuto tutto il percorso del Movimento a partire dal 2008. Era d'accordo con chi segnalava la deriva che stava prendendo e lei stessa vaniva definita dissidente”. Vandini la considerava un'amica ma a un certo punto ha cambiato idea e “da quel momento è sparita, ha messo di parlarci, di confrontarsi”. L'ex consigliere è dispaciuto per quanto le è accaduto e dà la colpa a quelli che sono “furbi, non amici” e “ci hanno messo un secondo a scaricarla e a prendere le distanze”. Al Movimento una come la giovane riminese, che si era già fatta conoscere, dice ancora Vandini, “faceva comodo” perché “alle scorse politiche facevano fatica a trovare candidati credibili”. Per questo, in sostanza, fu graziata quando uscì la questione Rimborsopoli. “Umanamente mi dispiace perché non butto via anni e anni di esperienze ed emozioni, vere, vissute insieme”.

In fondo questo era il primo Movimento 5 Stelle in Romagna: un gruppo di giovani che aveva creduto nel sogno indicato da Grillo a Cesena. Quasi deci anni dopo, però, quel non-partito, come si definiva allora, è diventata forza politica e di governo a tutti gli effetti. A livello regionale è guidato dal bolognese Max Bugani che è uno dei massimi esponenti nazionali. Se si fosse trattato di un partito, ci sarebbe forse stato un congresso, Bugani avrebbe vinto e Pizzarotti, Favia, Vandini sarebbero in minoranza. La particolarità del Movimento ha fatto sì che sinora le decisioni siano state prese a livello centrale, disperdendo parte delle esperienze cresciute dal basso. Va ricordato che nel frattempo ci sono stati altri successi come la clamorosa vittoria di Imola nel 2018 che ha segnato la seconda fase dei Cinque Stelle in Romagna. Senza dimenticare i buoni risultati delle Regionali e delle Politiche. Non si può dire insomma che la linea politica sia stata fallimentare. Ma un partito può permettersi di gettare via le energie di chi ha sperimentato le prime esperienze di governo sul territorio? Lo scopriremo. La Lega, intanto, ha scoperto di essere la prima forza in regione.