Forlì

«Così abbiamo tradotto in italiano la serie tv Game of Thrones»

Aula magna piena per gli esperti che hanno curato la trasposizione della popolare serie tv: «Non è facile, fondamentale trasmettere il significato, l'impatto del messaggio, più che la sua traduzione letterale»

«Così abbiamo tradotto in italiano la serie tv Game of Thrones»

La sala piena durante l'incontro

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06/novembre/2019 - h. 09.41

FORLì - "Se fossimo andati in aula magna..." sospira una ragazza, rassegnata a doversi accontentare di un angolino di pavimento bagnato accanto alla porta d'ingresso. Perché in aula, di presenti ce ne sono più del previsto: circa 200 non solo gli studenti ma anche gli appassionati esterni accorsi alla conferenza Holding the door: riflessioni sulla trasposizione italiana di Game of Thrones. "Questo è ad oggi il nostro evento più partecipato, ne siamo onorati" confessa in apertura Chiara Bucaria, professoressa del dipartimento di traduzione e interpretazione dell'università di Bologna a Forlì e in questa sede membro del laboratorio permanente di Media and Humor Studies, che con iniziative del genere si propone l'obiettivo di far avvicinare traduttori ed esperti nel settore audiovisivo, dei film e dei media.

L'inverno sta arrivando è il titolo della prima puntata della fortunata serie tv statunitense, e quale giornata migliore del piovoso e freddo martedì 5 novembre per accogliere i tre esperti venuti ad esporre un caso mediatico di questo calibro. Luca Barra, professore di cinema, fotografia e televisione all'università di Bologna, esordisce con una descrizione della serie come un fenomeno "globale per la sua diffusione mondiale e, sia spazialmente che temporalmente, innovativo". Una serie tv complessa, sia per l'evoluzione dei personaggi che per le tecniche utilizzate. Alcune di queste vengono mostrate al pubblico nella seconda parte della conferenza, sotto la guida dell'adattatore Matteo Amandola e del traduttore Leonardo Marcello Pignataro, famosi tra i fan di GoT per aver dovuto risolvere il rompicapo di "Hold the door", gioco di parole che dà orgine al nome del personaggio Hodor in lingua inglese, ma che in italiano era impossibile da rendere, se non modificando il senso della frase con "trova un modo": soluzione coraggiosa che ha sollevato non poche critiche. Resta fondamentale, infatti,"trasmettere il significato, l'impatto del messaggio, più che la sua traduzione letterale": a questo bisogna aggiungere i dettagli tecnici, infatti "in cabina lavorano insieme doppiatore, assistente e direttore del doppiaggio, fonici e sincronizzatori". Tutto questo ha reso l'esperienza particolarmente difficile: "Eravamo davvero lost in translation!". Esiste un risvolto positivo della vicenda: ha portato il focus del pubblico su un mestiere solitamente dimenticato o sottovalutato, quello del traduttore ed adattatore. Il prodotto, infatti, "arriva in Italia, non in italiano": il lavoro dietro è enorme, nonostante si tratti, il più delle volte, dei cosiddetti "prodotti ready made", ossia pronti alla diffuzione senza necessità di remake.

"Altro che globalizzazione! Quando si parla di fenomeni del genere, ognuno è stato accuratamente filtrato secondo le modalità nazionali, per far sì che diventi veramente di massa, cioè che possa passare alla televisione e non restare un prodotto streaming di nicchia per soli fan" conclude Barra, spiegando in questo modo la grandissima diffusione di una serie nata negli Stati Uniti e che in Italia arrivò per la prima volta solo 7 mesi in ritardo rispetto ad oltreoceano. Man mano che il successso aumenta, diminuiscono ovviamente i tempi di rilascio delle puntate doppiate ed adattate: "Oggi la puntata originale viene trasmessa in contemporanea sottotitolata in italiano, ma per distribuire quella doppiata su Sky Atlantic ci vuole una settimana. Tempi inimmaginabili per le prime serie televisive, quando ci voleva più di un mese" ricordano Amandola e Pignataro. Insomma, la globalità necessita continuamente di un passaggio attraverso i filtri nazionali, a partire dal titolo "che letteralmente non sarebbe Trono di Spade ma Gioco dei Troni" e che è stato recuperato dall'antecedente libro dello scrittore George R.R. Martin, pubblicato nel 1996.

A controllare le fasi di trasposizione di un prodotto straniero in Italia è una vera e propria industria televisiva nazionale che si occupa di tutto, dalla selezione e acquisizione del prodotto al settore marketing e pubblicità. Questo "modifica la percezione italiana della serie americana, la si vede in maniera diversa rispetto agli altri stati" pur mantenendo l'integrità del prodotto, conferma Barra. Un'avventura, quella dell'adattamento a tutto tondo agli standard italiani, che passa solo in parte dallo scoglio linguistico per coprire anche il settore economico e produttivo, che anche molti dei presenti alla conferenza si stanno prefigurando per la loro carriera post-laurea: sono infatti in larga parte studenti del dipartimento SSLMIT di traduzione ed interpretazione. Restano dunque in attesa del prossimo "blockbuster globale" sul piccolo schermo: sia come futuri traduttori, sia come fan. 

Silvia Panini