Forlì

Violenza sulle donne, casi in aumento al centro che segue gli uomini maltrattanti: + 50% in un anno

Il nostro viaggio al Ctm di Forlì: secondo gli esperti il muro di silenzio si sta rompendo ma c'è ancora molto su cui lavorare. I soggetti in carico sono 56

Violenza sulle donne, casi in aumento al centro che segue gli uomini maltrattanti: + 50% in un anno
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25/novembre/2019 - h. 18.39

FORLì - È il luogo in cui ci si occupa di una delle facce della violenza domestica, ovvero degli uomini che maltrattano le donne, offrendo loro un modo di rielaborare l'esperienza. Il Centro Trattamento Uomini Maltrattanti (Ctm) si trova a Forlì in via San Martino e, ad oggi, segue 56 soggetti. Il 50 per cento in più rispetto allo scorso anno, quando il numero era fermo a 36. Un dato che fa il paio con un altro, quello che vede l'Emilia-Romagna come quella in cui si segnalano più violenze sulle donne. Negli ultimi cinque anni 31mila casi in regione. Numeri che da un lato sono preoccupanti ma che, come spiegano gli psicologi del Ctm, dimostrano una certa fiducia verso le istituzioni: "Significa che qui, a differenza che altrove, i casi vengono denunciati". Un cambio totale di prospettiva. 

Per l'intero pomeriggio di lunedì 25 novembre – in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne - i professionisti del centro hanno dialogato con chiunque fosse interessato al tema della violenza di genere da un differente punto di vista: quello maschile. Il Ctm è operativo in città da 10 anni, ma la sua efficacia si è consolidata da quando è partita la collaborazione con il Centro Donna (via Tina Gori 58) e il Comune di Forlì.

"Il nostro scopo è quello di dare la possibilità all'uomo di rielaborare l'esperienza" introduce Andrea Spada, psicologo e psicoterapeuta. Insieme al collega Michele Biga sottolinea come lo scopo del loro lavoro sia quello di creare consapevolezza nel soggetto che si rivolge al centro. "Spesso l'uomo non si rende conto del gesto violento perché è abituato a pensare che sia normale così. La base della violenza è culturale, proviene in larga parte dall'ambiente in cui si è cresciuti". Il dato presentato è allarmante: quasi 9 casi su 10 non hanno la minima consapevolezza di star facendo del male alla partner.

Spada definisce, con un amaro sorriso, la violenza come "democratica: non fa distinzioni di provenienza geografica o di ceto sociale". A cambiare sono certamente gli strumenti a disposizione: al Ctm, essendo un centro privato, ha possibilità di accesso chi è indipendente economicamente. "Eppure – puntualizza Biga – chi vive in situazioni di difficoltà, per esempio è seguito dai servizi sociali, ha più informazioni riguardo a realtà come le nostre e viene direttamente indirizzato a noi o ai centri pubblici". Le differenze, dunque, si appiattiscono. A dimostrazione di quanto l'ambiente educativo influenzi, comunque, è il fatto che "quando a Forlì nasceva il primo centro antiviolenza sulle donne, in Norvegia veniva creato il primo centro per gli uomini maltrattanti: uno stacco notevole tra le due realtà" spiega Biga.

Non solo solo gli uomini, ma anche le donne, spesso tendono a minimizzare ed interpretare come "normale" un gesto violento: "Ci sono capitati casi di coppie che abbiamo trattato in collaborazione con il Centro Donna. Se l'uomo a noi diceva che ‘gli schiaffi glieli aveva tirati fuori la moglie', lei puntualmente si addossava tutta la colpa nei colloqui con le psicologhe" spiega Spada. "Noi aiutiamo ad accettare e rielaborare la responsabilità del gesto: non è stata lei, sei tu che hai deciso di tirarle uno schiaffo".

Chi arriva al Ctm, spesso è stato portato "spintariamente": un termine che Spada utilizza per indicare come gli uomini siano stati indotti, a volte dalla compagna stessa, altre dall'avvocato che ha suggerito un percorso riabilitativo, o dalla famiglia, a rivolgersi ad esperti. "Ma non mancano soggetti che si sono presentati di loro spontanea iniziativa: il numero è ovviamente più basso, ma incoraggiante" aggiunge lo psicoterapeuta. 

Il centro ha un focus particolare sulla sensibilizzazione e prevenzione: moltissimi i progetti nelle scuole affinchè il tema venga discusso e problematizzato fin dalle prime relazioni adolescenziali, come uno appena portato a termine a Faenza da Michele Biga. "Se si parla di violenza sulle donne, si pensa subito al femminicidio, oppure ai casi letti sui giornali. Ma è molto di più – precisano i due psicologi – perché si tratta anche di azioni quotidiane e culturalmente accettate". Un esempio è il continuo controllo che i social network rendono possibile: il ragazzo finisce per vedere l'essere femminile come un oggetto in suo possesso. "Ai ragazzi spieghiamo che la violenza non è solo fisica: inizia in modo subdolo" concludono i due esperti. "Dall'esterno è sempre molto facile capire quando una situazione è pericolosa: ma un singolo episodio, quello che viene proposto dal titolo del telegiornale, come un omicidio o un maltrattamento, è in realtà l'epilogo di una lunga storia. Che comincia sempre con frasi banali: perché esci con le tue amiche stasera, invece di stare in casa con me? Perché ti sei vestita in quel modo, cosa penseranno poi gli altri di te... e l'elenco potrebbe continuare all'infinito, purtroppo".

L'Emilia-Romagna rimane una delle regioni più attive a livello nazionale: i centri per gli uomini maltrattanti sono in quasi tutte le province. I due esperti citano, tra gli altri, Muoviti a Ravenna, nato tramite la formazione del centro forlivese e oggi con sportelli anche nel pesarese, e l'associazione DireUomo di Rimini. Altri punti sono in cantiere, supportati dai centri antiviolenza specificatamente per le donne, che rappresentano circa il triplo delle strutture rispetto a quelli per la componente maschile. "Ancora tanto è da fare: ma questo è sicuramente un buon inizio" concludono Biga e Spada. Il centro aprirà le proprie porte ad un incontro con la cittadinanza nella serata di mercoledì 27 novembre: la prevenzione e l'informazione, ricordano gli esperti, sono il primo passo per la consapevolezza e verso la cura del problema.

Silvia Panini