L'analisi del voto

Il lungo addio dei Cinque Stelle nella Regione che era stata la loro culla

Primo partito nel 2018, in un anno ha perso oltre il 30 per cento dei voti. Storia di un clamoroso tracollo

Il lungo addio dei Cinque Stelle nella Regione che era stata la loro culla
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27/gennaio/2020 - h. 10.51

Finisce così, con un risultato che sancisce quello che nell'aria e che si temeva dal 20 novembre, quando il Movimento 5 Stelle decise di presentarsi alle ultime elezioni regionali: i grillini collezionano il peggior risultato degli ultimi dieci anni in Emilia-Romagna. Quattro per cento, meno di quel sette per cento allora sorprendente che ottenne nel 2009. Oggi è in bilico persino la presenza all'interno del consiglio. Alla desistenza era stata preferita la resistenza ma i grillini sono finiti stritolati dalla competizione, con Simone Benini che ha un bel dire nel dire che ad essere scomparso dallo scenario politico non sono loro ma Forza Italia. Dimenticando che da queste parti FI non ha mai toccato, nemmeno negli anni berlusconiani, il consenso segnao dai grillini nel 2018. 

Simbolico, più che significativo, che il lungo addio dei Cinque Stelle in quella che è stata la sua capsula della genesi - qui i primi raduni (Cesena, Bologna), qui i primi Comuni vinti (Parma, Comacchio), qui i primi consiglieri eletti (Favia e Defranceschi) - avvenga un paio di giorni dopo l'insediamento del commissario prefettizio e l'addio della sindaca Sangiorgi a Imola. Dimissioni al veleno, con il gruppo in consiglio comunale che si spacca, lei che annuncia le dimissione in piazza senza anticipare nulla agli assessori, tra tantissime accuse incrociate. Fino a quella frase a Piazzapulita: «Io con questi qui non voglio più averci nulla a che fare». E' finita così troppe volte, da queste parti: lo avevamo raccontato già a primavera, quando scoppiò l'affaire Sarti: il Movimento sembra aver ereditato dalla sinistra, da cui proviene una parte del suo elettorato (e nella quale però è nel frattempo tornato), quella sindrome dell'autolesionismo che lo porta a divorarsi. Più o meno tutti gli espulsi hanno condiviso l'analisi che - da ultima - ha fatto anche Sangiorgi: un conto è l'opposizione, ma quando ci si siede nella stanza dei bottoni bisogna venire a patti con il resto della macchina amministrativa. Si chiamano compromessi, o pragmatismo: gli amministratori locali li hanno scoperti prima di deputati e senatori che se ne sono accorti soltanto quando c'è stato da formare un governo, prima con i leghisti e poi con il Pd.

Chissà cosa succederà oggi, al Movimento. Chissà se il Movimento 5 Stelle trasformato recupererà consensi o ce lo ricorderemo in futuro con la simpatia con cui oggi si studia la storia del Psiup. I sondaggi in Emilia-Romagna lo davano a novembre attorno al 10 per cento. Dove è andato bene, è finito al cinque. Lontanissimo dal 32,68 con cui nel 2018 era diventato il primo partito della regione, con sorpasso storico al Pd. Quei voti se ne sono andati in mille rivoli, una fetta se l'è presa Salvini alle Europee, l'altra Bonaccini alle Regionali. 

Quel quattro-cinque per cento rappresenta l'ultima fazione di elettori che non si rassegna al bipolarismo e ci sarà ancora qualcuno del 7 per cento che dieci anni fa permisero a Giovanni Favia e Andrea Defranceschi di finire in consiglio regionale: tempi mitici, in cui i consiglieri rimettevano ogni semestre il mandato ai cittadini facendo un bilancio del loro operato in assemblee che si tenevano in varie città. 

La forza che un tempo in regione combatteva il Pd ha finito per lasciargli il campo, con alcuni ex Cinque Stelle addirittura nella lista del presidente Bonaccini. La desistenza, ipotizzata a novembre, sarebbe servita a tirare a campare per non tirare le cuoia. Era un consiglio di andreottiana memoria. Ma piuttosto che vendere l'anima a Belzebù, i Cinque Stelle hanno scelto l'harakiri del voto. (A.M.)