Imola

Il nuovo modello Montecatone: la rivoluzione di marzo funziona

In un mese l'istituto ha cambiato la modalità assistenziale. Ecco come si è mossa e un primo bilancio

Il nuovo modello Montecatone: la rivoluzione di marzo funziona
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18/aprile/2020 - h. 13.47

IMOLA - L’Unità di Crisi istituita al Montecatone a seguito dell’emergenza Coronavirus ha assunto, a fronte di un quadro d’insieme che va lentamente ma progressivamente migliorando, alcune importanti decisioni immediatamente operative. Vediamole insieme.

Ricoveri Ipazienti post-Covid negativi al tampone provenienti da altri ospedali saranno accolti in degenza post acuti o, sulla base di specifiche condizioni cliniche, in Area Critica. Lo status Covid19 dei medesimi, come disposto dallo staff infettivologo di Bologna, sarà classificato sospetto fino a trenta giorni dal primo tampone negativo. Per i ricoveri in Day Hospital e le visite di valutazione, invece, i criteri di accesso saranno definiti nei prossimi giorni per un possibile avvio dopo il 3 maggio.

Riabilitazione Sono iniziate da qualche giorno e proseguono con ottimi risultati le attività riabilitative personalizzate nel parco dell’Istituto in modalità uno a uno; presto sarà aggiunta una postazione per il tennis tavolo.  La sala informatica sarà riaperta con accesso individuale per i pazienti no Covid con la supervisione degli educatori professionali.

Caregiver Importante novità per quanto riguarda l’assistenza dei caregiver che, spesso, sono gli stessi familiari dei Pazienti: per i degenti con effettive ed individuate necessità, sarà consentito l’accesso di un caregiver, con idonee protezioni e comportamenti, sotto la supervisione del personale di reparto, al fine di addestrarlo e programmare la dimissione del paziente.

Un primo bilancio di quanto sta avvenendo all'interno dell'Istituto viene fatto da  Nicoletta Cavaresponsabile dell’Area Assistenziale Infermieristica, Tecnica e Riabilitativa al Montecatone Rehabilitation Institute, la tua professionalità si esplica con il «paziente addosso», significa che il passaggio di Covid19 ha rischiato concretamente di incidere sulla mission stessa dell’Istituto in cui lavori imponendo, affinché ciò non avvenisse, una profonda e costante revisione dei format assistenziali, riabilitativi e di comunicazione. Ed è proprio ciò che sta avvenendo a Montecatone dove, commenta ancora Cava, «la nostra attività è ad altissima intensità riabilitativa e poggia le fondamenta sull’integrazione tra i professionisti, sul lavorare insieme, anche fisicamente, stando molto vicini, anche ai familiari… È stata una rivoluzione».

In Istituto, dove dal 21 marzo non possono accedere parenti e visitatori, neppure negli spazi esterni, e dove la contingenza ha imposto la non facile decisione, rivelatasi quasi subito vincente, di dimettere tutti i pazienti dimissibili, le fasi del processo riabilitativo, in presenza di norme restrittive e della contestuale esigenza di organizzare un reparto Covid19, sono state riviste. «L’obiettivo subito focalizzato ed al quale ci stiamo progressivamente avvicinando è garantire ai pazienti lo standard Montecatone, particolarmente elevato, pur in presenza di limitazioni estreme. Con la chiusura, per esempio, è stata sospesa buona parte dei programmi di riabilitazione. Abbiamo gradualmente ripreso nelle sole stanze di degenza lavorando per priorità e con l’assistenza infermieristica di base e specialistica sempre garantita. Ora che le circostanze lo permettono – prosegue Cava – abbiamo inserito nella programmazione ulteriori attività da svolgere in camera e gradualmente in palestra. L’aspetto veramente innovativo è aver portato parte della riabilitazione all’esterno, nel parco e nel piazzale antistante l’ingresso principale, aree destinate alla socializzazione ora trasformate in luoghi privilegiati per una determinata tipologia di cure. Sono diventate una palestra all’aria aperta a tutti gli effetti».

Cava, secondo la quale questa metodologia di lavoro si protrarrà ancora a lungo, tiene a sottolineare «la grande capacità di adattamento dei pazienti a circostanze venutesi a creare nell’arco di poche ore, persone che hanno dovuto rinunciare, non solo affettivamente ma concretamente al supporto dei caregiver, i familiari, anello indispensabile nella catena d’integrazione riabilitativa, assenze forzate che hanno imposto, in Istituto, un ripensamento su diverse attività e sulla conseguente allocazione delle risorse interne».

 

 

Contraccolpi organizzativi che non hanno impattato neppure sui colleghi: «Certo, in principio d’emergenza la tensione, il timore del contagio e la necessità di essere quanto più efficienti pur in presenza di qualcosa con cui nessuno di noi si era mai confrontato, era percepibile e comprensibile. Ma è durato poco. Ha prevalso la capacità di reazione e adattamento di tutti con una disponibilità al servizio che è sempre andata oltre il richiesto. Non era poi così scontato».