Quel che resta della Guerra Fredda

Viaggio esclusivo di RomagnaNoi.it nel bunker di comando dell'aeroporto militare di Rimini. Le foto mai viste della aereobase di Miramare che, negli ultimi decenni del secolo scorso, ebbe un ruolo st

Quel che resta della Guerra Fredda
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14/dicembre/2009 - h. 12.06

RIMINI – La smilitarizzazione dell’aeroporto riminese segnerà un radicale cambiamento nella storia della città abituata a convivere con questa struttura militare, intitolata al sergente Giannetto Vassura eroicamente caduto nel 1918 con suo aereo nel corso di un bombardamento nei pressi di Vittorio Veneto.

L’aerobase militare non potrà dunque spegnere le sue cento candeline: venne, infatti, inaugurata nel 1929 e, da “campo di fortuna” destinato ad eventuali atterraggi di emergenza, si è progressivamente trasformato in un’area strategica di'importanza nevralgica per la difesa aerea italiana e della Nato, soprattutto con l’insediamento, nel 1956, dell’Aeronautica Militare insieme al trasferimento della 5ª Aerobrigata, articolata su tre Gruppi di volo: 101°, 102° e 103°.

Momento fondamentale nella storia della Brigata è stata l’assegnazione al Reparto, nel 1964, degli F-104G Starfighter (cacciatori delle stelle) come caccia bombardieri ognitempo strike per il 102° e caccia ricognitori per il 101°.

Successivamente
le esigenze delle Forze Armate obbligarono il 101° a riconvertirsi sugli F84-F e poi a trasferirsi presso la base di Cervia. Nel 1967 la 5^ Aerobrigata viene sciolta per ricostituire sulla base di Rimini il 5° Stormo Caccia Bombardieri assumendo, nel 1971, la denominazione Giuseppe Cenni, in onore dell’eroe di guerra scomparso.

All'epoca lo Stormo era articolato in due Gruppi di volo: il 102° Gruppo CBOS (Caccia Bombandiere Ognitempo Strike) equipaggiato con velivoli F-104 e il 23° Gruppo CIO (Caccia Intercettori Ognitempo) equipaggiato con gli ultimi velivoli North American F-86K Sabredog; nel marzo del '73 il 23° Gruppo viene equipaggiato con il velivolo F-104S e il "Veltro Dantesco" affianca il "Papero", sotto la gloriosa insegna della Diana Cacciatrice.

Sono gli anni della contrapposizione dei blocchi militari della NATO e del Patto di Varsavia con la conseguente strategia della tensione. In tale contesto si inseriscono, a partire dal 1979, i servizi di allarme del 23°, successivamente denominati “ready in five” (pronti in cinque primi al decollo), e l’anno seguente la Combat Readiness CBOC/CBOC del 102°.

A partire dalla prima metà degli anni ’80, sulla base riminese inizia ad operare il 3° Gruppo di Volo:  l'83° SAR (ricerca e soccorso) equipaggiato con elicotteri HH-3F. Il progressivo ridimensionamento dell’impegno dell’Aeronautica Militare sulla base di Rimini ha inizio con il trasferimento del 102° Gruppo CBO sulla base di Ghedi (BS), nel settembre 1993, per la riconversione sui più recenti ed efficienti PA-200 (Tornado) e con il trasferimento a Cervia del 5° Stormo, il 15 marzo 1995, contestualmente allo spostamento del 23° Gruppo CIO. Viene così costituito sotto la stessa data il Comando Aeroporto Rimini.

Con il trascorrere degli anni, però, sono rimaste custodite all’interno dell’aeroporto strutture che ricordano gli anni della Guerra Fredda e delle tensioni tra est e ovest, quando gli uomini dell’Aeronautica Militare erano pronti a scattare in pochissimi minuti per difendersi in caso di attacco. Depositi di munizioni, bunker, strutture gestite dai militari dell’Usa Air Force che, secondo le “leggende”, contenevano l’arsenale nucleare americano pronto ad entrare in scena in caso di attacco.

Sulla base militare riminese è sempre circolata un’aura di mistero e, visitando quello che rimane del bunker di comando, sembra riavvolgere il nastro della storia fino agli anni della Guerra Fredda. Il centro di comando, opportunamente nascosto sotto una collinetta, doveva entrare in funzione nel momento in cui si sarebbe scatenata la guerra tra Nato e Patto di Varsavia e proteggere il “cervello” della base durante il contrattacco. Quando venne realizzata era una struttura all’avanguardia con le sue doppie porte blindate che avrebbero resistito ad un attacco, quando il margine di errore della Bomba era calcolato in chilometri e non in metri.

Il bunker venne smantellato a metà degli anni ’90 ma, ancora oggi, è in grado di affascinare chi lo visita: uno stretto corridoio ed ecco la prima delle due porte blindate che immettono in uno spazio angusto e buio che, una volta, ospitava le consolle di comando. Dalle pareti spoglie pendono ancora i pannelli con le procedure da seguire in caso di emergenza e il quadro dei vari tipi di allarme tra cui spicca uno, inquietante, di “fall out” che riporta indietro la memoria a scenari di guerra che, fortunatamente, non si sono mai materializzati.

Tommaso Torri