Ravenna

"Mia moglie lavava le tute da lavoro ed è morta di tumore ai polmoni"

Continua il maxiprocesso sull'amianto contro 19 imputati per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo

"Mia moglie lavava le tute da lavoro ed è morta di tumore ai polmoni"
| Altro
N. Commenti 0

31/ottobre/2014 - h. 16.11

<+cap6r>L<+testo_interv>e tute da lavoro impregnate di amianto le lavava mia moglie”. Giovanni, 81 anni, si ferma, gli occhi gli diventano lucidi, abbassa lo sguardo, prende dalla tasca un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Poi, con la voce ormai incrinata, si sfoga: “Mia moglie è morta per un tumore ai polmoni nel ‘99”. E’ la seconda udienza del maxi processo sui presunti effetti dell’amianto al petrolchimico. L’81enne ex dipendente, in quell’azienda ci ha lavorato per trent’anni. E quella polvere l’ha respirata ogni giorno, come tutti i suoi colleghi. Qualcuno è già morto, altri si sono ammalati: in tanti adesso stanno testimoniando sulle loro condizioni di lavoro e sulle ripercussioni che queste avrebbero avuto sulla salute.
“I macchinari erano sempre in vibrazione - racconta Giovanni - e spesso facevano uscire l’amianto dai tubi. Poi quella roba si diffondeva nell’ambiente” e da lì non andava più via, anzi “circolava sempre nella stanza dove lavoravamo”, a causa dell’aria “che la ventola del motore faceva uscire”. A proteggere lui e i colleghi non c’erano mascherine, se non leggere, “di quelle che portano i medici”, spiega un altro ex dipendente, Giuseppe. Secondo la testimonianza dell’ex elettricista Maurizio, in alcuni casi, e spesso solo quando si cominciava a temere che l’amianto fosse pericoloso, erano dotati di protezioni “con tessuti un po’ più resistenti”.
Le storia degli ex lavoratori del petrolchimico che hanno parlato ieri davanti al giudice Milena Zavatti si assomigliano un po’ tutte. Decenni di lavoro tra pannelli e macchinari, guanti, teli e coperte d’amianto tra le mani ogni giorno; poi il pensionamento e i problemi di salute che cominciano a farsi sentire. Sei noduli per Giovanni, un tumore al rene destro e neoplasie nei polmoni diagnosticati a Giuseppe, placche pleuriche da amianto riscontrate a Maurizio e placche calcificate, sempre nei polmoni, per un altro operaio, Sauro. In alcuni casi inoltre quella polvere non rimaneva chiusa nell’azienda, ma accompagnava i lavoratori perfino dentro alle loro case. E’ là che portavano le tute usate per lavarle; ed è là che, probabilmente, quella sostanza ha fatto altre vittime, magari tra chi, quei panni li puliva ogni settimana. “Quello che più mi dispiace è avere perso tantissimi colleghi a causa dell’amianto”, racconta Sauro, alle dipendenze dell’ex Anic dal 1959 al 1990. “Eravamo 51 dipendenti - continua -, adesso purtroppo siamo rimasti in pochi”. 
L’aula d’assise è il luogo in cui tutti sperano di ricostruire l’accaduto, anche per questo c’è nervosismo. Qualcuno confessa anche di non essere riuscito a dormire la notte prima, altri cercano di ricordare fatti e anni troppo lontani nel tempo e fanno confusione, con testimonianze che, in alcuni punti, non combaciano con le dichiarazioni fatte qualche anno prima.
“Io, negli anni in cui ho lavorato là, non ho mai sentito dire che l’amianto era pericoloso”, continua. Per questo motivo quel materiale era usato e maneggiato perché considerato come un “lavoro normale. Usavamo protezioni per il cloro e l’ammoniaca, ma per l’amianto proprio no”. A molti è capitato di fare o veder fare operazioni di coibentazione, quel processo in cui due sistemi vengono isolati attraverso l’uso di particolari pannelli, spesso composti appunto da materiali contenenti amianto. A tutti è toccato pulirli, quei pannelli. E poi c’erano le coperte e i teli di amianto, presi dal deposito senza preoccupazioni e spesso usati anche per riposarsi nelle ore di pausa.
“Nessuno - dicono tutti, uno dopo l’altro - ci ha mai avvisato. Tra gli anni ‘80 e ‘90 si cominciava a discutere della pericolosità dell’amianto, si leggevano articoli sui giornali, ma nessuno dell’azienda ci ha mai comunicato ufficialmente che era cancerogeno, tantomeno ci è stato detto di adottare degli accorgimenti per difenderci”. Le prime sostituzioni dei materiali tossici, ricorda Maurizio, 57 anni, uno dei testimoni più giovani, rimasto nell’azienda fino al 2010, “ci sono state tra il 1994 e il 1995”. Una data successiva all’entrata in vigore della legge 257 del 1992, che vieta in Italia la produzione e la lavorazione dell’amianto.
Il maxi processo vede 19 imputati tra i dirigenti e responsabili di settore dell’epoca. Le accuse formulate a vario titolo sono di omicidio colposo, lesioni colpose e disastroso colposo in un arco temporale che va dal lontano 1962 al vicinissimo 2012. Nella prossima udienza di giovedì parleranno altri 11 lavoratori.
<+firma_interv>Giulia Dalmonte
RAVENNA - Le tute da lavoro impregnate di amianto le lavava mia moglie”. Giovanni, 81 anni, si ferma, gli occhi gli diventano lucidi, abbassa lo sguardo, prende dalla tasca un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Poi, con la voce ormai incrinata, si sfoga: “Mia moglie è morta per un tumore ai polmoni nel ‘99”. E’ la seconda udienza del maxi processo sui presunti effetti dell’amianto al petrolchimico. L’81enne ex dipendente, in quell’azienda ci ha lavorato per trent’anni. E quella polvere l’ha respirata ogni giorno, come tutti i suoi colleghi. Qualcuno è già morto, altri si sono ammalati: in tanti adesso stanno testimoniando sulle loro condizioni di lavoro e sulle ripercussioni che queste avrebbero avuto sulla salute.“I macchinari erano sempre in vibrazione - racconta Giovanni - e spesso facevano uscire l’amianto dai tubi. Poi quella roba si diffondeva nell’ambiente” e da lì non andava più via, anzi “circolava sempre nella stanza dove lavoravamo”, a causa dell’aria “che la ventola del motore faceva uscire”. A proteggere lui e i colleghi non c’erano mascherine, se non leggere, “di quelle che portano i medici”, spiega un altro ex dipendente, Giuseppe. Secondo la testimonianza dell’ex elettricista Maurizio, in alcuni casi, e spesso solo quando si cominciava a temere che l’amianto fosse pericoloso, erano dotati di protezioni “con tessuti un po’ più resistenti”.Le storia degli ex lavoratori del petrolchimico che hanno parlato ieri davanti al giudice Milena Zavatti si assomigliano un po’ tutte. Decenni di lavoro tra pannelli e macchinari, guanti, teli e coperte d’amianto tra le mani ogni giorno; poi il pensionamento e i problemi di salute che cominciano a farsi sentire. Sei noduli per Giovanni, un tumore al rene destro e neoplasie nei polmoni diagnosticati a Giuseppe, placche pleuriche da amianto riscontrate a Maurizio e placche calcificate, sempre nei polmoni, per un altro operaio, Sauro. In alcuni casi inoltre quella polvere non rimaneva chiusa nell’azienda, ma accompagnava i lavoratori perfino dentro alle loro case. E’ là che portavano le tute usate per lavarle; ed è là che, probabilmente, quella sostanza ha fatto altre vittime, magari tra chi, quei panni li puliva ogni settimana. “Quello che più mi dispiace è avere perso tantissimi colleghi a causa dell’amianto”, racconta Sauro, alle dipendenze dell’ex Anic dal 1959 al 1990. 

“Eravamo 51 dipendenti - continua -, adesso purtroppo siamo rimasti in pochi”. L’aula d’assise è il luogo in cui tutti sperano di ricostruire l’accaduto, anche per questo c’è nervosismo. Qualcuno confessa anche di non essere riuscito a dormire la notte prima, altri cercano di ricordare fatti e anni troppo lontani nel tempo e fanno confusione, con testimonianze che, in alcuni punti, non combaciano con le dichiarazioni fatte qualche anno prima.“Io, negli anni in cui ho lavorato là, non ho mai sentito dire che l’amianto era pericoloso”, continua. Per questo motivo quel materiale era usato e maneggiato perché considerato come un “lavoro normale. Usavamo protezioni per il cloro e l’ammoniaca, ma per l’amianto proprio no”. 

A molti è capitato di fare o veder fare operazioni di coibentazione, quel processo in cui due sistemi vengono isolati attraverso l’uso di particolari pannelli, spesso composti appunto da materiali contenenti amianto. A tutti è toccato pulirli, quei pannelli. E poi c’erano le coperte e i teli di amianto, presi dal deposito senza preoccupazioni e spesso usati anche per riposarsi nelle ore di pausa. “Nessuno - dicono tutti, uno dopo l’altro - ci ha mai avvisato. Tra gli anni ‘80 e ‘90 si cominciava a discutere della pericolosità dell’amianto, si leggevano articoli sui giornali, ma nessuno dell’azienda ci ha mai comunicato ufficialmente che era cancerogeno, tantomeno ci è stato detto di adottare degli accorgimenti per difenderci”. Le prime sostituzioni dei materiali tossici, ricorda Maurizio, 57 anni, uno dei testimoni più giovani, rimasto nell’azienda fino al 2010, “ci sono state tra il 1994 e il 1995”. Una data successiva all’entrata in vigore della legge 257 del 1992, che vieta in Italia la produzione e la lavorazione dell’amianto. Il maxi processo vede 19 imputati tra i dirigenti e responsabili di settore dell’epoca. Le accuse formulate a vario titolo sono di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo in un arco temporale che va dal lontano 1962 al vicinissimo 2012. Nella prossima udienza di giovedì parleranno altri 11 lavoratori.

Giulia Dalmonte