Ravenna

"Rifiuti d'amianto sepolti nella piallassa"

Un ex dipendente del polo chimico ha descritto come sarebbero stati nascosti dei residui pericolosi

"Rifiuti d'amianto sepolti nella piallassa"
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07/novembre/2014 - h. 13.57

 

<+cap4r>R<+tondo>ifiuti contenenti materiali con amianto sistematicamente caricati sulle Apecar per essere portati in piallassa e sepolti in buche appositamente scavate. Uno scenario quello restituito ieri mattina da uno degli ex dipendenti del petrolchimico nel corso del processo per il cosiddetto amianto killer che ha fatto sussultare non poche persone. Perché, sempre che la circostanza venga verificata, al momento non si sa in quali punti esattamente gli scarti con amianto possano essere stati sepolti e in quali quantità. In precedenza era emerso sì emerso che talvolta la zona della piallassa, peraltro ora sottoposta a rigidi vincoli ambientali, veniva usata come sorta di valvola di sfogo per taluni rifiuti contenenti amianto: ma si pensava magari a qualche lastra abbandonata e non a trasporti sistematici. Inutile dire che la circostanza potrebbe subire ora un attento vaglio, sia della magistratura che dell’Arpa.
In totale quattro sono stati gli ex dipendenti del petrolchimico che hanno preso la parola davanti al giudice Milena Zavatti e al pm Monica Gargiulo. In quasi tutti i racconti, hanno trovato spazio le precarie condizioni di lavoro al polo chimico proprio in relazione all’eventuale esposizione alla polvere d’amianto. C’è chi ha descritto il cosiddetto “colpo d’ariete”, effetto indotto dagli sbalzi di temperatura dell’acqua calda nelle tubature, come tale in grado di generare bolle le cui esplosioni, producendo vibrazioni, movimentavano la polvere. E chi si è soffermato sulla sostituzione della lana di vetro come materiale isolante al posto dell’amianto precisando che comunque sia, anche così rimaneva pur sempre una crosta con materiale d’amianto attorno ai tubi. Tra i lavoratori sentiti, uno in particolare ha descritto le fasi che hanno preceduto la malattia della moglie morta di tumore. La donna, che non aveva mai lavorato al petrolchimico - faceva la cuoca - e che compare tra le parti lese nel processo, era solita lavare le tute da lavoro del marito: prima di metterle in lavatrice, peraltro sistemata in cucina, le sbatteva inondando così di polvere le stanze. Circostanza analoga descritta anche all’udienza precedente da un altro dipendente la cui moglie, morta pure lei per un tumore, non figura tuttavia nell’elenco delle parti lese. Per il pomeriggio erano in calendario altri tre ex lavoratori: ma dato che non si sono presentati senza fornire alcuna giustificazione, il giudice ha deciso di infliggere loro una multa di 100 euro a testa.
Il processo vede alla sbarra 19 imputati tra i dirigenti e responsabili di settore dell’epoca che devono rispondere a vario titolo di omicidio colposo, lesioni colpose e disastroso colposo in un arco temporale che va dal 1962 al 2012. In totale sono le 28 isole produttive al centro del fascicolo. Tutto era nato come unico insediamento gestito dal proprietario, Anic spa e Società Chimica Ravenna spa. Poi tutto era passato via via fino a Eni. A rappresentare le famiglie degli ammalati o dei morti, tra i legali ravennati troviamo Fabio Fanelli, Fabrizio Righini, Giovanni Scudellari, Antonio Primiani, Alessandra Ponseggi e Gianluca Mancini, quest’ultimo per Inail. Prossima udienza il 20 di novembre.
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RAVENNA - Rifiuti contenenti materiali con amianto sistematicamente caricati sulle Apecar per essere portati in piallassa e sepolti in buche appositamente scavate. Uno scenario, quello restituito ieri mattina da uno degli ex dipendenti del petrolchimico nel corso del processo per il cosiddetto amianto killer, che ha fatto sussultare non poche persone. Perché, sempre che la circostanza venga verificata, al momento non si sa in quali punti esattamente gli scarti con amianto possano essere stati sepolti e in quali quantità. In precedenza era sì emerso che talvolta la zona della piallassa, peraltro ora sottoposta a rigidi vincoli ambientali, veniva usata come sorta di valvola di sfogo per taluni rifiuti contenenti amianto: ma si pensava magari a qualche lastra abbandonata e non a trasporti sistematici. Inutile dire che la circostanza potrebbe subire ora un attento vaglio, sia della magistratura che dell’Arpa.In totale quattro sono stati gli ex dipendenti del petrolchimico che hanno preso la parola davanti al giudice Milena Zavatti e al pm Monica Gargiulo. In quasi tutti i racconti, hanno trovato spazio le precarie condizioni di lavoro al polo chimico proprio in relazione all’eventuale esposizione alla polvere d’amianto. C’è chi ha descritto il cosiddetto “colpo d’ariete”, effetto indotto dagli sbalzi di temperatura dell’acqua calda nelle tubature, come tale in grado di generare bolle le cui esplosioni, producendo vibrazioni, movimentavano la polvere. E chi si è soffermato sulla sostituzione della lana di vetro come materiale isolante al posto dell’amianto precisando che comunque sia, anche così rimaneva pur sempre una crosta con materiale d’amianto attorno ai tubi. 

 

Tra i lavoratori sentiti, uno in particolare ha descritto le fasi che hanno preceduto la malattia della moglie, morta di tumore. La donna, che non aveva mai lavorato al petrolchimico - faceva la cuoca - e che compare tra le parti lese nel processo, era solita lavare le tute da lavoro del marito: prima di metterle in lavatrice, peraltro sistemata in cucina, le sbatteva inondando così di polvere le stanze. Circostanza analoga descritta anche all’udienza precedente da un altro dipendente la cui moglie, morta pure lei per un tumore, non figura tuttavia nell’elenco delle parti lese. Per il pomeriggio erano in calendario altri tre ex lavoratori: ma dato che non si sono presentati senza fornire alcuna giustificazione, il giudice ha deciso di infliggere loro una multa di 100 euro a testa. Il processo vede alla sbarra 19 imputati tra i dirigenti e responsabili di settore dell’epoca che devono rispondere a vario titolo di omicidio colposo, lesioni colpose e disastroso colposo in un arco temporale che va dal 1962 al 2012. In totale sono le 28 isole produttive al centro del fascicolo. Tutto era nato come unico insediamento gestito dal proprietario, Anic spa e Società Chimica Ravenna spa. Poi tutto era passato via via fino a Eni. A rappresentare le famiglie degli ammalati o dei morti, tra i legali ravennati troviamo Fabio Fanelli, Fabrizio Righini, Giovanni Scudellari, Antonio Primiani, Alessandra Ponseggi e Gianluca Mancini, quest’ultimo per Inail. Prossima udienza il 20 di novembre.