Ravenna

Enzo Ciconte racconta la guerra al brigantaggio in biblioteca

La lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto è quindi solo l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni

Enzo Ciconte racconta la guerra al brigantaggio in biblioteca

La copertina del libro di Ciconte

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02/aprile/2019 - h. 12.05

RAVENNA - La guerra al brigantaggio raccontata da Enzo Ciconte sarà protagonista venerdì alle 18 nella sala Muratori della Classense. Il docente, che ha dedicato gran parte della sua vita professionale allo studio delle mafie, presenterà il libro "La Grande Mattanza, Storia della guerra al brigantaggio", edita da Laterza.  Un quadro storico di straordinaria ampiezza che illustra la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento ai primi decenni postunitari: tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel meridione, una vera e propria guerra civile.

Chi sono i banditi? Criminali comuni, assassini, ladri, disperati. E ancora: nobili decaduti, artigiani, contadini, giovani ribelli che non accettano il giogo attorno al collo, sia quando viene da un aristocratico del luogo sia quando arriva da un invasore straniero. La loro presenza causa incertezza nelle strade, difficoltà nelle comunicazioni, violenza diffusa. E tuttavia, quando c’è aria di mutamenti di regime essi rappresentano un’opportunità per i potenti che li utilizzano contro i propri nemici.

Il libro offre un ampio affresco della reazione ai fenomeni di banditismo dagli albori dell’età moderna fino alla repressione messa in atto nei primi decenni dell’Italia unita. Emerge un quadro complesso che vede al centro questioni sociali legate alla terra. La lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto è quindi solo l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si sono via via avvicendati non sono stati in grado di trovare altra risposta che non fosse il sangue. Certo, è soprattutto in uno stato che si definisce liberale che colpisce la delega assoluta concessa ai militari che governano con leggi eccezionali, stati d’assedio e tribunali militari.

Ma Enzo Ciconte ci ricorda che quanto è accaduto nel Mezzogiorno non può essere attribuito alla responsabilità dei soli piemontesi: le truppe venute dal nord sono state aiutate con le armi da tanti meridionali espressione di una borghesia in ascesa. Esiste un numero sterminato di libri o articoli che hanno descritto le efferatezze, la crudeltà, gli eccidi, le stragi, gli episodi di gratuita e selvaggia violenza dei briganti  e insieme pagine e pagine di romanzieri o di storici  che al contrario li descrivono  come eroi, uomini senza paura in grado di tenere testa ai potenti del tempo, giovani affascinanti con un grande sprezzo del pericolo, al punto che le figure dei briganti e le loro gesta sembrano essere entrate nell’albo d’oro delle memorie locali.

 A volte i briganti furono davvero dei ribelli che combattevano le angherie spagnole, francesi, borboniche, savoiarde… Altre erano disperati oppressi dalla fame, altre ancora criminali calzati e vestiti o un impasto degli uni e degli altri.. La grande mattanza si concentra però non sui vinti (torto o ragione che avessero), ma sulla belluina «ferocia di Stato» dei vari repressori. Solo le mafie, sostiene l‘autore furono lasciate in pace: «Negli anni cruciali della costruzione dello Stato unitario c’è una guerra spietata ai briganti, ma la stessa durezza non è rivolta a fenomeni criminali e mafiosi noti e conosciuti in Campania, Sicilia e Calabria. Con i moderni agglomerati mafiosi lo Stato sceglie il quieto vivere, la convivenza, la coabitazione…». Una scelta scellerata, «le cui conseguenze arrivano sino a noi»