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"Naufragio volontario per far scoprire la droga"

La memoria difensiva di Migani: ha scoperto in viaggio dei 300 chili di cocaina

Davide Migani e Giorgia Pierguidi
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21/giugno/2012 - h. 15.13

RAVENNA - La chiamano “boca da barra”. Che più o meno significa bocca di sbarramento. Un banco di sabbia in agguato, sul quale erano già naufragati francesi, svizzeri e americani. Come tale, ben indicato sulle carte nautiche. E se c’era finito anche lo skipper Davide Migani in quella notte tra il 23 e il 24 dicembre scorso, era stato perché l’intenzione del 42enne cervese era proprio quella di naufragare. Sì: di naufragare sulle coste di Atalaia, nello stato brasiliano del Sergipe, con quelle tre tonnellate e oltre di coca nella stiva del suo veliero, l’Ornifle, per potere poi raccontare tutto a un magistrato. Dello stupefacente lui si era accorto solo poche ore prima mentre cercava la ragione di un piccolo squilibrio dello scafo.

Aveva allora capito la natura di certe felpate minacce fatte mostrandogli su internet la foto di un parente molto stretto, in quel momento in Italia, e della compagna, la 37enne forlivese Giorgia Pierguidi che stava navigando con lui. A lei della droga e di quel suo pazzo piano aveva riferito giusto poco prima di puntare verso il fracasso sabbioso. L’incredibile scenario è quello che l’avvocato della difesa, Emanuel Cacho, ha congelato in una dettagliata memoria di 58 pagine depositata giusto venerdì scorso nella cancelleria del giudice che a breve si dovrà esprimere sul caso. Dalle pagine emerge che per quei 307 chili di coca (tanti esattamente ne ha contati la procura brasiliana) per un valore stimato in 15 milioni di dollari (quasi 12 milioni di euro), oltre a Giorgia, viene tirato dentro nella presunta associazione finalizzata al narcotraffico anche tal “Enrico Manzi”. Un personaggio per ora misterioso, al quale però la difesa ha consegnato un ruolo chiave nella vicenda.

Perché? Ve lo raccontiamo attraverso le parole di Cacho. In quei giorni - siamo nell’autunno scorso - Migani viene contattato per un lavoro “professionale e lecito”. In qualità di skipper avrebbe dovuto portare l’Ornifle dall’isola della Gran Canaria, in Spagna, fino all’isola di Santa Lucia, nei Caraibi, accompagnando la regata Arc. Con lui c’è anche Giorgia, reduce da un brutto incidente stradale e perciò bisognosa di relax. Nel ruolo - sottolinea il legale - di semplice accompagnatrice. L’imbarcazione nei pressi di Capo Verde è però costretta a lasciare la rotta designata a causa della rottura di una delle quattro vele maestre e di un’avaria al generatore. E punta sulle isole Vergini. Una rapida aggiustatina, ed ecco che il viaggio riparte verso Salvador de Bahia, Brasile. Due giorni lì, e poi l’Ornifle si trasferisce nella vicina isola di Morro de Sao Paolo.

E’ il 17 dicembre. Ed è qui che, secondo la memoria, compare il terzo uomo indicato talvolta come “principale di Migani”, talvolta come “padrone” o “proprietario” dell’Ornifle. Il cervese e la forlivese per tre giorni lasciano l’imbarcazione sotto al comando del proprietario alla fonda sottocosta. Visitano l’isola spensierati, finché ricevono l’ordine di partire in direzione Trinidad Tobago. Da qui sarebbero dovuti tornare in Italia per trascorrere le feste di fine anno con la famiglia. La corrente e il vento sono favorevoli, ma il 42enne ha la sensazione che qualcosa non fili a mestiere. Lo scafo è instabile, e Migani si mette a cercare. Di lì a poco in un vano dell’Ornifle individua un armadietto con un doppio fondo: ecco le quasi 300 tavolette di cocaina. Le prime 224 verranno trovate sparse per lo scafo. Le altre 53 saranno recuperate in un secondo momento da quelli della Marina. Roba purissima, riveleranno le analisi.

Una “scoperta sinistra”, la battezza l’avvocato. Perché - continua Cacho - il cervese “era caduto in una pericolosa trappola probabilmente organizzata dalla mafia italiana che usa persone oneste come veicolo della droga”. E’ in questa chiave che va letta l’importanza di quanto Migani sostiene di avere intuito di fronte ai 307 chili. Ovvero la ragione per la quale il suo principale lo aveva trattato in maniera così spiccia a partire dal primo contatto avvenuto quando con Giorgia si trovavano ancora alle isole Vergini. Ma soprattutto il motivo per il quale gli fossero state mostrate le foto su internet sia di un suo familiare che della fidanzata. L’idea che gli balena per la testa è quella di un naufragio: la simulazione di un incidente per mare a due bracciate dalla locale polizia marittima e da quella giudiziale.

A riprova di questa trama, c’è la “carta nautica 1003”, la stessa usata dalla Marina brasiliana: in quella, la secca è ben indicata. E Migani, esperto skipper con gps funzionante, lo sa bene. E poi c’è quella strana manovra: un giro di 360 gradi “prendendo velocità” che sembra fatto apposta per infilarsi dentro alla secca quando invece in quel momento l’Ornifle stava navigando “a una distanza sicura”. Infine i razzi luminosi, visti da almeno un paio di passanti; e l’sos, captato sia dalle autorità brasiliane che da quelle italiane. Tutto con uno scopo preciso: “Affondare il veliero e allertare un giudice”.Tanto che quando arrivano i soccorsi, Migani e Giorgia sono “tranquillamente seduti sulla sabbia”. Su questo fronte, il legale c’infila una “istanza d’urgenza alla capitaneria di Porto”. Prima che si arrivi alla sentenza, chiede cioè che vengano acquisite le carte sull’inchiesta amministrativa del naufragio. Perché in quelle, la tesi accusatoria della Marina parla proprio di “naufragio volontario”.

Andrea Colombari