cronaca

Giorgia e Davide, i quattro pm chiedono il carcere

Le 95 pagine con le quali l'accusa brasiliana vuole che i due romagnoli vengano arrestati: “Nessun naufragio volontario, sapevano della cocaina”

L'Ornifle all'indomani del naufragio
| Altro
N. Commenti 0

08/agosto/2012 - h. 20.26

BRASILE - La verità nua e crua è che è una storia immaginaria, meticulosamente criada dalla difesa per lasciare impuniti due accusati di un fatto molto grave. Ci vuole una risposta penale dura e esemplar”. Algidi ma a tratti ironici. Determinati contro l’assoluzione dei due romagnoli. Ma anche graffianti contro il giudice Ronivon De Aragao che l’ha pronunciata. Ecco il documento con il quale la procura della Repubblica del Sergipe nei giorni scorsi ha chiesto la riforma della sentenza assolutoria per il 42enne cervese Davide Migani e per la fidanzata, la 37enne forlivese Giorgia Pierguidi. In totale 95 pagine corredate da foto inedite della polizia federale che vi presentiamo in esclusiva. La firma è di ben quattro pm: Eduardo Botao Pelella, Silvio Roberto Oliveira De Amorin (jr), Josè Romulo Silva Almeida e Ramiro Rockenbach De Almeida.

A loro avviso, non c’è storia: “Tese de defesa fantasiosa” per una serie di fatti che vengono bollati come buoni per un “copione di un film d’azione” ma “assai poco credibili”. Due i punti su cui l’accusa batte: Davide e Giorgia “sapevano entrambi della droga”. E “non si trattò di naufragio volontario” ma di una “maldestra manovra per entrare nel rio Sergipe”. Un’ipotesi di parte naturalmente, ma in ragione la quale i pm chiedono alla corte d’appello come misura restrittiva il “restabelecimento da prisao” facendo peraltro riferimento pure a un’eventuale estradizione (Davide e Giorgia sono tornati a casa una decina di giorni fa).

La parte iniziale dell’atto è dedicata alla cocaina. Ovvero poco più di 307 chili dei quali viene anche fornito il principio attivo: 275 chili. Che equivale a dire che era roba pura al 90%. Quella polvere - secondo l’analisi allegata - avrebbe potuto produrre 916 mila e 667 dosi. Da qui la stima sul mercato al dettaglio europeo: circa 20 milioni di euro. Le foto degli agenti dimostrerebbero che i 280 pacchetti erano distribuiti in vari punti della barca: luoghi non chiusi a chiave e conosciuti da chi manovrava l’Ornifle. Tanto che dopo il naufragio, molti degli involucri si erano sparpagliati sulla spiaggia. “Un carico confezionato con cura - precisano i magistrati -. Un lavoro degno di “profissionais do tràfico”. E che i due romagnoli abbiamo negato di sapere dell’esistenza di simil quantità di coca, in realtà secondo i pm non si tratta di una “novità difensiva”. Bensì di “un’abitudine usata “por traficantes”. Su questo fronte, al vaglio le parole dei due. Perché “la sentenza assolutoria parte da una premessa absolutamente falsa”. Ovvero che sia stata fornita sempre la tessa versione.
Unico elemento invariato, la “presunta ignoranza sull’esistenza del carico”.

Le discrepanze però tra quanto detto alla polizia federale prima e quanto dichiarato davanti al giudice poi, sarebbero diverse. A partire dalla partecipazione alla regata. E, soprattutto, dalla volontarietà della manovra di spiaggiamento. Su questo punto, secondo le carte dei pm, entrambi gli accusati davanti alla polizia avrebbero riferito in buona sostanza “che il naufragio era stato accidentale ed era accaduto quando stavano puntando allo yacht club cittadino per pernottare”. Salvo poi cambiare totalmente linea in giudizio. Su questo passaggio, il ricorso parla di “revolucao copernicana”, di “espetacular reviravolta”, di una versione che “farebbe arrossire il regista Ed Wood nei suoi film trash”. A loro avviso, l’Ornifle non stava partecipando a nessuna regata, visto che nel sito della manifestazione indicata (il worldcruising) non compare. Certo, Davide sapeva la data d’inizio della competizione; ma per questo “gli sarebbe bastato consultare il sito dell’evento”. In quanto alle presunte felpate minacce a Giorgia, e un a parente del 42enne, per forzare il viaggio dell’Ornifle, i pubblici ministeri insistono: nessuna prova. Né nei contatti telefonici né in quelli internet. Come nessuna traccia è stata trovata di tal Enrico Manzi di Milano, indicato come proprietario del veliero e per il quale vi furono ricerche anche in Brasile.

Il punto cardine di tutto è però quello che mira a smontare la tesi del naufragio volontario.
L’accusa è convinta che l’Ornifle stesse eseguendo una manovra per entrare nel rio Sergipe, zona molto difficile da navigare proprio in ragione della foce.
Lo si sottolinea anche nell’allegata Carta 1003 della Marina militare: “L’accesso è caratterizzato da un canale la cui imboccatura è molto critica presentando variazioni di posizione, larghezza e profondità”. A questo punto viene mostrata la rotta seguita dagli italiani.
Le piccole sbavature vengono interpretate come aggiustamenti per meglio centrare il punto. E parallelamente viene tracciata la migliore rotta da seguire nel caso si fosse davvero cercato il naufragio. Per le quattro toghe brasiliane insomma, tutta la manovra di Davide dimostrerebbe “il tentativo di addentrarsi nella tormentata foce del rio Sergipe fatto da un navigante che non conosceva l’area”. Peraltro nella “madrugada”, all’alba. Ovvero quando non c’è ancora completa luce: “Ma perché - si domanda l’accusa - uno che vuole naufragare, lo dovrebbe fare al buio?”.

Un affondo infine al sistema “Why not 4”, quello che ha trasmesso i segnali di richiesta aiuto. Per quale motivo - si domandano ancora i magistrati del distretto del Sergipe - Migani usava un apparecchio con un codice imbarcazione differente se non per nascondere il passaggio dell’Ornifle sul litorale del Sergipe?”. Una domanda retorica, la cui risposta, almeno a loro avviso, è scontata: “<+corsivo>Obviamente o trafico de entorpecentes<+testo_interv>”, di stupefacenti.

Andrea Colombari