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"Serve un'assemblea costituente per la Romagna"

L'editorialista della Voce Paolo Gambi riflette sulla Provincia unica che sta per essere costituita

Il simbolo della Romagna, la caveja
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15/agosto/2012 - h. 15.46

Anche a Ferragosto non dimentichiamo uno dei temi più importanti degli ultimi mesi per il nostro territorio: la provincia unica romagnola. Pubblichiamo l'articolo uscito sulla Voce firmato dall'editorialista Paolo Gambi.

ROMAGNA - Oramai i tempi sono decisamente maturi. La Romagna per la prima volta da secoli – più o meno dai tempi di Napoleone – sta per diventare una unica realtà amministrativa. La qual cosa fa gioire chi – come il sottoscritto – da anni si impegna perché la propria terra possa esercitare almeno un po’ di autogoverno. E non debba vivere per forza schiacciata da quella tenaglia fatta dalla debolezza dei campanilismi locali e dall’allargarsi del potere regionale. Nelle prossime settimane il comitato regionale delle autonomie si riunirà, e salvo sorprese (visti i voti nei consigli comunali e provinciali, ma mai dire gatto senza averlo nel sacco) la provincia unica di Romagna dovrebbe presto vedere la luce. Dalle pagine di questo giornale si è più volte parlato di “Stati Generali” della Romagna, in vista di quest’obiettivo. Ne ho scritto in prima persona ripetutamente nel tempo, li ha invocati il sindaco di Forlì Balzani, e dietro a lui altri esponenti politici a cascata. L’idea di base è certamente ottima e più che condivisibile: serve un momento in cui la classe dirigente romagnola possa incontrarsi, confrontarsi, e progettare insieme il futuro comune.

Stati generali
Ma confesso che, limandoci sopra, forse bisognerebbe superare il concetto di “Stati Generali”. Gli “Stati Generali” (e non lo scrivo certo per un improbabile appunto al prof. Balzani, ma per rifletterne tutti insieme) rimandano alla Francia monarchica, (oltre che ai Paesi Bassi, ma quella è un’altra faccenda). In Francia furono convocati la prima volta da re Filippo IV nel 1302 dopo che Papa Bonifacio VIII lo scomunicò, e furono riuniti ventidue volte in 487 anni. L’ultima volta che vennero convocati ( nel maggio del 1789) fu per affrontare la crisi finanziaria che stava mandando in rovina la Francia durante il regno di re Luigi XVI. Erano però uno strumento per affrontare gravi momenti di emergenze, coinvolgendo il clero, la nobiltà e il terzo stato. Ma qui non siamo né di fronte a scomuniche, né a dover fronteggiare un momento di emergenza. Per quello c’è il Governo Monti. E soprattutto non ci sono monarchi all’orizzonte. Qui la Romagna è chiamata a cogliere la più succulenta opportunità che le si sia parata innanzi negli ultimi trent’anni. Ecco perché sarebbe bello abbandonare l’idea di vivere un momento da “Stati Generali”, per passare ad un concetto più positivo e costruttivo. Un momento “costituente”.

Un’assemblea
La Romagna ha oggi bisogno di un momento che ricostituisca la sua struttura, una sua declinazione contemporanea dopo qualche anno di stanchezza. Ha insomma bisogno di una sua vera e propria “Assemblea Costituente”. No, non mi sono montato la testa e non invito nessuno a farlo. Non stiamo fondando un nuovo Stato che abbisogni di nuova Costituzione, né ci stiamo creando provincia per unirci a San Marino e conquistare così sovranità rispetto all’Italia. Anche se, detto sotto i baffi, sarebbe un’idea di fantapolitica interessante. Parlando seriamente, stiamo costruendo una casa comune di tutti i romagnoli, in cui riminesi e ravennati possano esprimere un progetto comune che porti il provincialismo romagnolo al mondo globalizzato. Stiamo voltando una pagina che ha significato molto per questa terra – quella dei campanili – ma che oggi non trova più spazio né significato nel mondo in cui ci ritroviamo.

L’invito
L’invito alle istituzioni è insomma quello di fare di questo processo di creazione della nuova provincia un’opportunità per la classe dirigente di riflettere su se stessa e di ritrovarsi ed adattarsi al presente. Sarebbe bello che questo arrivo “romano” e “bolognese” della provincia unica (in quanto imposto da Roma e verosimilmente mediato da Bologna) venisse colto e vissuto da tutti i romagnoli non come semplice ed ingiusta imposizione, ma come possibilità che sino ad oggi da soli non siamo stati capaci di crearci. Serviva un “tozzone”, per dirla semplice, dall’alto, come sempre è successo nella storia, perché la Romagna si avviasse verso un cambiamento. Ma una volta arrivato questo tozzone, è il caso di costituire insieme il nuovo soggetto, e non lasciare che nasca come un corpo estraneo. Insomma, andiamo verso questo periodo di “costituente romagnola”. E andiamoci tutti insieme.

Paolo Gambi