Il mistero delle mucillagini

Dopo 20 anni ancora incerte le cause che scatenarono il fenomeno

Il mistero delle mucillagini
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14/luglio/2009 - h. 09.11

RIMINI - Era un’altra epoca. Il muro divideva ancora Berlino in due. Al Ministero della sanità c’era un ‘cavallo di razza’ della Dc, Carlo Donat Cattin. Ce n’erano anche a Rimini, di cavalli di razza: Giuseppe Gemmani alla Cassa di Risparmio, nel Pci l’assessore regionale al turismo era Giuseppe Chicchi.

Tutti però si risvegliarono sbigottiti e impotenti, quando da un giorno all’altro il mare sembrò morire. Luglio 1989, vent’anni fa. Le mucillagini, poi ribattezzate maciullagini dall’assessore alle varie ed eventuali. L’invenzione linguistica di Cevoli coglieva nel segno: era un macello. Basta ricordi, se no non finiamo più. Ci domandiamo: che cosa ne sappiamo oggi, dopo due decenni di ricerche? Parlando con chi se ne intende, scopriamo che il mistero è rimasto tale, almeno per metà. “La zona d’ombra è rimasta per il 20-25%”, dice più ottimisticamente il professor Attilio Rinaldi, l’oceanografo della Daphne. “Quello delle mucillagini - spiega Rinaldi - è un fenomeno che siamo riusciti a decifrare direi al 75%. Non è poco, se pensiamo che nei trent’anni precedenti il 1988 (la prima stagione in cui il gel fece la sua comparsa al largo in Adriatico, ndr) non si era mai visto. Quello che abbiamo capito si può sintetizzare così: a generare le mucillagini è una microalga, un organismo unicellulare che si chiama Gonyaulax fragilis. L’abbiamo anche allevata in laboratorio osservando che produce muco. Il formarsi delle mucillagini è sempre preceduto dalla presenza di questo organismo. Quando, a certe condizioni, muore lo fa scoppiando come un popcorn e producendo materiale mucillaginoso. In mancanza di correnti viene favorito l’accumulo di queste sostanze, che sono polisaccaridi complessi, cioè zuccheri. Da notare che la microalga non ha bisogno di grandi nutrienti per crescere, come l’azoto e il fosforo responsabili dell’eutrofizzazione”.

Che cosa rimane allora da scoprire? “Le condizioni ecologiche - risponde Rinaldi - necessarie per il manifestarsi del fenomeno sono rimaste nell’ombra. Ma io sono convintissimo che ci sia un legame con le condizioni meteoclimatiche”.
Gli studi ricordano che in Alto Adriatico il materiale gelatinoso sospeso in acqua è noto fin dal 1729. Le mucillagini raggiunsero la massima intensità nelle estati del 1988, del 1989 - quando interessarono una superficie di mare di 9mila kilometri quadrati raggiungendo come sappiamo la costa -, del 1991. Altre comparse nelle estati del 1997, del 2000 e, in misura ridotta, del 2001. ”E’ un fenomeno che viene dalla notte dei tempi - spiega ancora Rinaldi -, non dall’epoca industriale. Per questo le connessioni con gli apporti del Po probabilmente non esistono”.

Come sempre nelle questioni scientifiche emergono ipotesi diverse. Ad esempio quella dello specialista di ecologia microbica
Farooq Azam ed altri ricercatori, fra cui Enzo Funari dell’Istituto Superiore di Sanità: “La grande immissione di macronutrienti in Adriatico, azoto e fosforo, da insediamenti urbani e zootecnia - spiega Funari - non è direttamente responsabile della formazione delle mucillagini. Ma a certe condizioni, quando d’estate i venti da sud frenano o interrompono la circolazione delle correnti, che sono antiorarie, con minore ricambio le acque del nord Adriatico stagnano. I nutrienti allora vengono ‘smaltiti’ da batteri che hanno grandi capacità di mineralizzazione: questi ‘attraggono’ azoto e fosforo trasformandoli nei polisaccaridi ceh sono la matrice delle mucillagini”. Insomma, per questo gruppo di ricercatori la correlazione fra le conseguenze dell’attività umana e il “macello” gelatinoso è abbastanza diretta.

Non sarà facile venire a capo del mistero. Infatti, lamenta Rinaldi, “dopo i cinque anni di finanziamento statale del progetto mucillagini dell’Icram, fra il 1997 e il 2002, che costava circa 2 miliardi di lire all’anno e coinvolse 127 ricercatori italiani
e stranieri di 26 istituti di ricerca, in Adriatico e Tirreno, lo studio non è stato più rifinanziato. Facemmo tre anni di misurazioni, in Adriatico da una costa all’altra, e quasi due anni di elaborazioni dati. A costi più che sopportabili per le finanze pubbliche, considerando quanto sia importante la conoscenza dei nostri mari anche per i riflessi sull’economia”.

Per finire. Estate 2009, possiamo stare “ragionevolmente tranquilli”, dice il professor Rinaldi: la microalga “colpevole” non è all’orizzonte. Le telecamere subacquee degli oceanografi, che scrutano le nostre acque, non l’hanno vista in giro a fare danni.


Paolo Facciotto