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Paci Dalò pubblica un disco sul genocidio armeno (video)

“1915. The Armenian Files”. Sfidando il governo di Erdogan

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11/dicembre/2015 - h. 12.23

Un milione e mezzo. Questa è la cifra, feroce, pazzesca, del “genocidio armeno”. Un milione e mezzo di armeni deportati ed eliminati dall’Impero Ottomano. Dai turchi.

L’evento tragico (che prefigura le deportazioni di massa hitleriane) è diventato oggetto letterario (I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, del 1933, e la recente fama di Antonia Arslan da La masseria delle allodole in poi), ma soprattutto di dispute, di discussioni osteggiate dal negazionismo turco. Per fortuna Roberto Paci Dalò non è uno storico, ma un artista eccentrico. Compositore, regista, interprete, cresciuto sotto il totem di John Cage, trent’anni fa ha inventato la compagnia Giardini Pensili e da allora gira il mondo come un profeta «dell’integrazione tra tecnologie analogiche e digitali».

«Non vedo l’ora di tornare a Rimini, però, e chiudermi in casa come un sorcio...», dice lui, ridendo. Nel frattempo, oggi, è il Premio Napoli 2015 (condiviso con Paolo Poli, Bianca Pitzorno e Serena Vitale) a onorare la sua carriera. Ma soprattutto, un disco (che è film, mostra e opera radiofonica, pure), 1915 The Armenian Files, dalla didascalia chiara come il sole («Nel 1915 oltre 1.500.000 armeni vennero trucidati dal governo ottomano in quello che ora ricordiamo come il primo genocidio della storia. Eppure, a un secolo di distanza, il Genocidio non è ancora stato riconosciuto dal governo turco»), strategicamente pubblicato nell’anno del centenario. «Ma il mio lavoro non ha nulla a che fare con il centenario». Davvero? «Credici. Ho cominciato a lavorare con l’Armenia dalla fine degli anni Ottanta».

Il disco tenta una fusione fatale tra le poesie «dedicate a un’Armenia pastorale, bucolica» di Daniel Varujan (poeta della patria, ucciso a colpi di pugnale, dopo essere sfollato da Costantinopoli, proprio nel 1915), le «fonti storiche, la musica tradizionale armena e le sonorità elettroniche». Il disco è coprodotto dai cinesi di Arthub Shanghai e dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia: ma come, l’Ambasciatore non è balzato sul divano ascoltando il disco ultrapop? «Al contrario, gli è piaciuto moltissimo. Proprio perché non è un lavoro nostalgico-celebrativo, ma che utilizza l’elettronica e si presta, perciò, a essere divulgato a una platea più vasta».

Ho un piccolo problema con Erdogan. Paci Dalò ha il profilo netto da artista, di beghe politiche non s’interessa. Eppure, scavando nelle ulcere della storia, «mi accorgo che parlare di 100 anni fa è come scattare una polaroid del dicembre 2015. C’è il conflitto russo-turco, c’è la deportazione degli armeni, che ha più di una affinità con il genocidio dei rifugiati e dei profughi attuato in questi mesi: viene davvero da domandarsi, che epoca stiamo rivivendo?».

Lavoro compiuto insieme all’Armenia, con «le voci dei sopravvissuti», sperando «di prevenire altri, ulteriori genocidi», nel disco, la voce recitante è quella dell’armeno Boghos Levon Zekiyan, già docente alla Ca’ Foscari di Venezia, «dall’anno scorso nominato dal Papa Arcivescovo di Istanbul», che ha avuto non pochi ostacoli dal governo turco per i suoi studi riguardo al genocidio armeno. Beh, sarebbe sperabile che portassi il tuo lavoro a Istanbul... «Se mi fanno entrare, il disco lo porto senza dubbio. Attualmente, c’è un piccolo problema con Erdogan». Un problema che dura da troppo tempo.

(d.b.)